
La Corea del Nord occupa oggi tutte le prima pagine dei giornali internazionali. A seguito della decisione presa nelle ore scorse dal regime di Pyongyang di riprendere i test sui propri missili balistici che erano stati sospesi da ormai otto anni, dopo l’adozione di una moratoria. Questa azione rappresenta l’ennesima violazione degli impegni assunti a livello internazionale da parte della Corea del Nord, anche se non sembra aver colto di sorpresa nessuno, dato che sembra essere, per questo paese, una pratica consolidata quella di condurre i propri negiziati minacciando i propri interlocutori. Da qualche anno, infatti, la Corea del Nord partecipa la cosiddetto dialogo a sei che è stato istituito per porre un freno alla produzione di bombe atomiche da parte della Corea stessa che, per molti anni, le ha prodotte in segreto (oggi si stima che il regime di Pyongyang possa contare su alcune decine di testate nucleari a propria disposizione). E’ evidente che se queste bombe fossero usate sui missili balistici, del tipo di quelli testati nei giorni scorsi, potrebbero rappresentare una minaccia molto seria nei confronti di Corea del Sud e Giappone, i.e. di due dei paesi che, insieme a Cina, Russia e Stati Uniti, fanno parte di questo dialogo.
I test effettuati hanno sicuramente prodotto l’effetto sperato da Kim Jong, i.e. quello di rimettere il proprio paese al centro dell’attenzione internazionale dopo che negli ltimi tempi la discussione sulla proliferazione nucleare aveva riguardato soprattutto l’Iran. Tuttavia vi è un dato che accomuna la questione iraniana a quella coreana: la decisione da parte degli interlocutori di questi regimi di non dare centralità alla questione della promozione della democrazia e della difesa dei diritti umani, quali condizioni centrali per riuscire a mutare la natura aggressiva e nazionalistica delle politiche che sono perseguite da queste dittature. La speranza che guida i negoziatori, infatti, sembra fondarsi sulla convinzione che dei sostenuti aiuti economici possano essere sufficienti a saziare la voglia di potenza e di distruzione del nemico che anima la sopravvivenza politica di questi regimi. Questo approccio rappresenta, a mio avviso, una sottovalutazione pericolosa della natura di questi governi che hanno la vitale necessità di alimentare politiche di aggressione sia contro i propri cittadini (negando loro libertà e diritti fondamentali) sia contro i nemici esterni.











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