
Ho pensato parecchio, in questi giorni, a quanto è accaduto in quel liceo di Torino dove un ragazzo disabile è stato percosso e sbeffeggiato dai compagni. Il dilagare, poi, della stupida moda di filmare le oscenità, le proprie nefandezze commesse e metterle in rete mi ha fatto riflettere ancora di più. Dinanzi a questi terribili fatti la grande stampa e le radio-televisioni hanno, subito, messo alla gogna, lanciando i soliti strali e accusando volta a volta le famiglie dei “giovani d’oggi” e “la società senza valore“. Personalmente non sono incline ai rituali della caccia alle streghe perchè penso, innanzitutto, che le responsabilità di ogni comportamento è personale. I primi responsabili di questi fatti odiosi sono dunque quei ragazzi ai quali non concedo nemmeno il beneficio della seminfermità mentale. Ciò detto, penso anche che la quota maggiore di responsabilità per il degrado morale e intellettuale in cui oggi sguazza la scuola va attribuita, sicuramente, alla classe docente. Se nella scuola imperano il cinismo (detto anche bullismo: odioso termine!) e l’apatia ciò dipende in larga misura dal fatto che gli insegnanti non sanno interessare i ragazzi alla cultura e alla ricerca e hanno reso la nostra scuola e università due interminabili sbadigli o, peggio, un unico lungo tunnel d’angoscia e di umiliazione della creatività.
Beninteso tutto ciò non è da considerare un misfatto premeditato degli insegnanti che spesso, anzi, svolgono con impegno e scrupolo il loro lavoro. La responsabilità stà nella mancanza di comunicatività, di dialogo, che caratterizza la maggior parte degli insegnanti. Perchè, diciamolo pure, le selezioni per l’inserimento nel corpo docente avvengono solo ed esclusivamente ( quando e se la commissione è “equilibrata”) in base alle competenze nozionistiche del candidato. Ma questa preparazione nozionistica non ha nulla da spartire con la loro capacità comunicativa e con le altre vere doti di un buon insegnante: empatia, disponibilità all’ascolto e al dialogo, attitudine ad individuare e valorizzare l’indipendenza intellettuale e la creatività dell’allievo. E questo corto circuito comunicativo innesca un black-out nel trasferimento delle nozioni da professore ad allievo che produce disinteresse e apatia sia nell’alunno ma, soprattutto, nel docente. Certo, ognuno di noi ha incontrato, durante gli anni della scuola o dell’università uno o due insegnanti che possedevano le doti del buon professore e che gli hanno aperto il cuore e la mente alla bellezza della cultura e della scienza. Ma erano “mosche bianche“, messe li per sbaglio insieme alla turba di mediocri e raccomandati che li circondava. Di cosa ci meravigliamo, allora, se alcuni giovani esprimono la loro rabbia aggregandosi a questa o a quella ideologia violenta e distruttiva? e, soprattutto, perchè ci scandaliziamo se altri giovani assistono più o meno passivamente alle disgustose prodezze di questi smidollati?
Povera Italia…
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