Educare alla riservatezza…

Leggevo, con interesse, l’articolo pubblicato su punto informatico dedicato alla Giornata europea per la protezione dei dati personali che si è tenuta ieri presso la sede del Garante della Privacy. Mentre leggevo, appunto, riflettevo sul fatto che oggi si parla molto di privacy -che poi vorrebbe dire riservatezza, anche se oramai il termine viene assunto come se significasse “diritto alla riservatezza” - e del problema legato alla riservatezza dei dati personali. Problema che si pone in un modo completamente diverso (e per certi aspetti in antitesi) rispetto a come, in passato, veniva impostato.

La ragione che ha portato alla nascita delle istituzioni che dovrebbero garantire la privacy è legata, essenzialmente, all’epoca in cui viviamo e, in modo particolare, al fatto che ogni mossa di ogni cittadino può essere registrata: da quando questi compra le zucchine o la rivista pornografica con la carta di credito a quando paga il pedaggio autostradale usando il telepass tutti i suoi dati e tutti i suoi spostamenti possono essere (e lo sono) memorizzati, archiviati e processati per avere informazioni, in ogni tempo e in ogni dove, sui suoi comportamenti e sulle sue preferenze.
Curiosamente, però, sembra che la difesa della privacy si vada ad affermare in un universo in cui nessuno la desidera più. In passato si partiva dal principio che i panni sporchi (e anche quelli puliti) andavano lavati in famiglia: si temeva il pettegolezzo, i coniugi traditi tacevano soffrendo pur di non far “spargere la voce”, se un parente aveva un brutto male si faceva di tutto per celarlo e non si parlava, in pubblico, delle proprie preferenze sessuali o dell’entità del proprio stipendio. Gli unici che ostentavano quelli che gli altri nascondevano erano i potentissimi. Il re, ad esempio, doveva fare in presenza dei cortigiani quello che al mattino ciascuno desidera fare da solo e, in tempi più vicini a noi, il potente esibiva simboli di status quali, ad esempio, la barca di cinquanta metri, la macchina super accessoriata e le pellicce più stravaganti e pregiate. Adesso, invece, il miliardario veste casual, cerca di sfuggire alla pubblicità e ai paparazzi. Chi ha l’aria di cercare, invece, pubblicità o di montare il pettegolezzo è il falso potente, la mezza calzetta in cerca di notorietà. Chi, invece, non cerca la privacy è la persona comune: se è cornuto corre dalla De Filippi, se soffre di una malattia grave va a dirlo coram populo da Costanzo e usa i blog e twitter per far sapere a tutti quello che sta facendo. Benché i delegati a proteggere la privacy si diano da fare per impedire che i dati personali, comunque raccolti, vengano indebitamente divulgati, la persona comune non perde occasione di comunicarli a cani e porci: compila decine di certificati di garanzia per oggettucoli che mai nessuno gli riparerà, si appresta a chiedere informazioni commerciali su prodotti che non dovrebbero interessargli e così via.
Ne emerge, stranamente, che il lavoro vero a cui debbono accingersi le varie autorità non è assicurare la privacy ma bensì quella di farla considerare un bene prezioso a coloro che vi hanno entusiasticamente rinunciato.

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4 commenti

  1. Pubblicato 30 Gennaio 2007 alle 20:44 | Permalink

    Concordo in pieno!
    Figurarti che io ho riflettuto parecchio prima di mettere alcuni brandelli della mia identità sul mio blog!
    Nonostante fossi consapevole che esprimere le mie opinioni senza dichiarare la mia identità sarebbe stato poco efficace ero veramente tentato di presentarmi solo come Alberto o, addirittura, con un nickname.

  2. Pubblicato 30 Gennaio 2007 alle 22:57 | Permalink

    Verissimo: la persona comune e la privacy non si conoscono, in genere …

  3. Pubblicato 31 Gennaio 2007 alle 08:10 | Permalink

    Ne emerge, stranamente, che il lavoro vero a cui debbono accingersi le varie autorità non è assicurare la privacy ma bensì quella di farla considerare un bene prezioso a coloro che vi hanno entusiasticamente rinunciato.

    Parole sante … parole sante.

  4. Pubblicato 31 Gennaio 2007 alle 10:00 | Permalink

    @Alberto: in effetti la questione è abbastanza spinosa e delicata. E’ chiaro che le nostre azioni sono controllate e controllabili: il problema è dell’uso che si fa di queste informazioni e, soprattutto, di chi le gestisce. Siamo, purtroppo, tanti piccoli Pollicini elettronici che lasciano in giro tanti bit che ci appartengono e che dicono, certe volte, tantissimo di noi. Dovremmo cercare solo di centellinare il rilascio di queste informazioni ma, per come va il mondo, è impossibile farlo sempre. E, per rispondere anche a Zizio, penso che il vero problema sia proprio quello di far prender coscienza, a tutti, degli atti che compiamo ,quotidianamente, contro la nostra stessa privacy: i filamatini che circolano sui telefonini degli adolescenti, dicono anche questo…
    @Mauro: troppo buono…

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