Intascato il rinvio alle Camere da Napolitano e acquisito (ho scritto acquisito, non acquistato) l’appoggio di Follini, Prodi si prepara - forse per martedì prossimo - a chiedere la fiducia. Le ultime dichiarazioni del premier indicano uno «slancio rinnovato» e una «coalizione coesa» anche se, da quel che si legge sui giornali, per il momento, i numeri al Senato restano risicati.
Il patto su cui si fonda la ritrovata unità della maggioranza - il documento con i dodici punti “prioritari e non negoziabili” - sarà anche rilevante dal punto di vista politico ma non ha alcuna valenza giuridica. Si tratta, semplicemente, di una edizione ridott(issim)a del programma elettorale (qualcuno l’ha definito un “bignami” ). Se non è riuscito quello a garantire la coesione come potrà (o perché dovrebbe) riuscirci questa versione condensata? I partiti l’hanno accettato (quasi sicuramente senza neanche leggerlo) solo perchè non intendono andare, per il momento, alle elezioni. C’è la volontà di ricostituire l’esecutivo costi quel che costi e quei dodici punti, con la loro mediazione, hanno centrato l’obiettivo.
La mancanza, infatti, di condizioni esplicite su questioni “spinose” (quelle che De Biase indicava qui) è frutto (come faceva notare, pragmaticamente, Beppe Caravita) di un equilibrismo tattico che -gliene va dato atto- Prodi riesce a mettere, magistralmente, in pratica. La legge elettorale attuale è “sostenuta” dai piccoli partiti e molto difficilmente, almeno al momento attuale, i dirigenti di questi gruppi faranno karakiri a favore della governabilità del paese. La questione dei Dico, invece, è stata risolta con un bizantinismo tutto italiano: la Bindi ha assicurato che si continuerà sulla strada intrapresa perché il progetto è, oramai, questione Parlamentare e non di Governo. Il problema del conflitto d’interessi e quello del riassetto televisivo (che sembravano, prima delle elezioni, il punto cardine di tutta la politica della coalizione del centro-sinistra) non sono stati (nemmeno) accennati per tenersi buono il capo dell’opposizione che, sornione, ha deciso di adottare (diversamente da quanto avvenne nel ‘98) una linea morbida in attesa di una “implosione” della parte avversaria.
Il quadro generale, in sostanza, è estremamente deludente: una coalizione nata con l’ambizione di cambiare l’Italia è vincolata da incertezze numeriche e deve combattere contro la sua stessa fragilità. Prodi, ne sono certo, incasserà anche la fiducia (del resto fino ad ora tutto è filato liscio grazie a questo espediente) ma la sua navigazione resta difficile. Sarà costretto ai (soliti) salti mortali per esercitare la sua leadership su una maggioranza sfilacciata come quella che si ritrova, fatta anche di persone che mantengono un bagaglio culturale-ideologico e un atteggiamento politico antagonista (ricco di contraddizioni) che mal si conciliano con la responsabilità di governo.
Crisi, Governo, Italia, dodici punti, De Biase, Caravita, dibattito










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7 commenti
Visti i recenti accadimenti, voglio emigrare nello Zimbabwe …
Beh, se tolgono dal programma tutti gli argomenti che possono creare attriti nella maggioranza allora potranno governare per mille anni. Il fatto è che faranno leggi sono sul colore delle poltroncine dei cinema e sulla lunghezza degli autobus di Roma. Che vergogna, abbiamo una classe politica disposta a scendere a qualsiasi patto pur di non mollare la poltrona.
Francesca:
Sono d’accordo, ma l’alternativa qual è ? ridare il governo allo pscinonano?
Biagio:
trovami un partito politico che non è ricco di contraddizioni, qui si tratta purtroppo di scegliere solo il male minore!
Penso che ci siano un sacco complicazioni e che si faccia la gara a trovarne sempre di nuove, ecco cosa penso …
secondo me la volontà di attuare riforme e apportare dei cambiamenti può benissimo prescindere da problemi più che altro strutturali della maggioranza… sarò io un po’ troppo ottimista?
Ecco, il problema è proprio questo: possibile mai che una coalizione di governo deve avere come unico collante (e ragion d’essere) solo l’antiberlusconismo? una coalizione nata con l’ambizione di cambiare l’Italia che (forse) si rialza in piedi solo perchè non vuole cedere il posto al centro-destra di Berlusconi? Ho sentito in giro pochissime voci temere la caduta del governo perché questo avrebbe interrotto chessò io le riforme, la ripresa economica, il recupero della nostra competitività, il rinnovato impulso alla nostra ricerca, le liberalizzazioni o la buona politica estera di D’Alema. In fondo il livello di apprezzamento, anche tra gli elettori di centro-sinistra, dell’attività di questo governo non è certamente mai stato straordinariamente elevato. Alla fine, nel momento del pericolo, tutti riconosciamo a questo governo soltanto un fondamentale elemento di merito: quello di non essere un governo Berlusconi.
E’ poco, è vero , ma eè pur sempre meglio che niente? Sarò ottimista anch’io?