Houston, abbiamo… un pazzo a bordo.

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L’idea ci è diventata familiare grazie a film come Solaris in cui si racconta di uno psicosociologo che viene spedito su una stazione spaziale in orbita intorno a pianeta Solaris con un compito abbastanza difficile: decifrare gli oscuri fenomeni che coinvolgono e sconvolgono la vita dei cosmonauti. Si trattava, tuttavia, di un’avventura di fantacoscienza: nulla di realmente accaduto. Per un decennio, infatti, siamo stati convinti, perché è così che ci hanno sempre fatto credere, che “lassù” le condizioni di salute degli astronauti erano ottimali. Non solo: ci hanno sempre detto che parte degli esperimenti condotti in orbita erano tesi a mostrare l’efficacia di ipotetiche terapie in assenza di gravità, capaci di rivoluzionare la medicina. Balle.
E’ di pochissimi giorni fa la notizia che alcuni astronauti russi hanno ammesso che nelle asettiche navicelle spaziali o nelle rutilanti stazioni orbitali, ci si ammala come quaggiù. Inoltre -la notizia è invece venuta fuori proprio stamani- anche quelli della NASA custodiscono un manuale in cui è codificato il comportamento da assumere nel caso in cui qualche cosmonauta impazzisse durante una missione.
Il top secret che avvolgeva la corsa spaziale delle due superpotenze era legato alle problematiche della Guerra fredda: guai se si fosse saputo che qualche missione era stata danneggiata da motivi di salute. Chissà se nel futuro altre notizie del genere verranno fuori. La vera svolta sarebbe se si riuscisse a sapere quanti sono morti dopo che Jurij Gagarin aprì la strada, e magari anche prima , dato che non pochi sospettano che varie cavie umane (non solo, quindi, la cagnetta Laika) lo avessero preceduto senza fare ritorno vive e che sui loro voli fosse stato steso un muro impenetrabile di disinformazione: vite volatilizzate in mille pezzi nello spazio che forse un giorno avranno un nome.

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