Ci servono più immigrati?

Allentare i paletti sull’immigrazione per evitare di perdere “i cervelli migliori e più brillanti”. E’ l’appello lanciato da Bill Gates in un’audizione alla commissione Sanità e Lavoro del Senato. Il Paese, ha osservato il magnate di casa Microsoft, sembra incapace di “stare al passo con i concorrenti straneri a meno che non si aumenti il numero di diplomati e laureati in matematica e materie scientifiche e non si adotti una nuova politica che consenta di assumere i migliori tra lavoratori e studenti stranieri”. Gates, in soldoni, ha auspicato l’eliminazione delle restrizioni ai visti di lavoro ai lavoratori specializzati che completano la propria formazione negli Usa e poi (perché costretti) vanno via.
La domanda che mi sono posto, dopo aver letto queste dichiarazioni, è, essenzialmente, il titolo di questo post: qui in Italia c’è la necessità di avere più immigrati?

Vi dico come la penso io sperando, poi, di leggere anche la vostra opinione nei commenti a questo post. Articolo il mio pensiero analizzando, dapprima, il modo in cui si svolse la migrazione verso gli Usa.
Per oltre un secolo (ho sotto mano i dati socio-economici e culturali dell’immigrazione dal 1850 al 2005 ricavati qui) in Usa si sono sviluppati, con rapide crescite parallele, la popolazione (che è passata da circa 23mln a 297mln), l’immigrazione (da 2.5mln a 40mln), la forza lavoro (da 8mln a 67mln) e il PIL (in $2000 è passato da 44 a 11050). Gli Stati Uniti, quindi, hanno goduto in passato, di un robusto aiuto internazionale grazie all’immigrazione. In particolare quella degli immigrati dotati di cultura e professionalità fu un’iniezione di ricchezza “pronto uso” a costo zero. Gli immigrati, invece, di basa cultura, fornirono, inizialmente, mano d’opera a bassissimo costo.
Si potrebbe osservare che lo straordinario sviluppo economico americano fu determinato dall’enorme estensione di terre vergini che favorì - grazie ad una politica agricola estremamente lungimirante che quasi regalava gli appezzamenti di terra a chi avesse intenzione di coltivarla- l’agricoltura che, non dobbiamo dimenticarlo, è stata la fonte dominante di ricchezza fino all’inizio del secolo scorso. In realtà, parallelamente a tutto questo, in America vennero create scuole di buon livello che incrementarono, in maniera consistente, il numero di college (da 20 nel 1900 sono saliti a 1470 nel 2005) e università (che dalla 26 del 1850 sono divenute 2210) in modo tale che gli immigrati impararono a lavorare a livelli sempre più elevati. La richiesta che arriva da Bill Gates (letta in una prospettiva storica) è, essenzialmente, una richiesta di continuità delle strategie del passato ed è, se volete, la dimostrazione che la crescita degli Usa è fortemente legata all’immigrazione.
Qui da noi, invece, un impatto positivo dell’immigrazione si potrebbe verificare (visto che oggi la disponibilità di terre coltivabili ha un’importanza molto limitata) solo se avessimo una cultura viva con scuole e università eccellenti e se, soprattutto, le industrie investissero con convinzione (e coraggio) in ricerca e sviluppo. Questi fattori qui da noi, purtroppo, sono assenti: l’industria italiana s’ostina a produrre, efficacemente, prodotti antichi. Integrare gli immigrati nella nostra società immobilistica e con una cultura zoppicante, piena di credenze medioevali e d’interesse smodato per l’intrattenimento (lo dice anche il rapporto del 2007 dell’Eurispes), non ha molto senso: serve soltanto ad ingrossare le file dello sfruttamento e della criminalità e non certo a creare sviluppo civile ed economico. Un’industria che valorizzasse la ricerca, invece, sarebbe un’attrattiva efficacissima di “cervelli migliori e più brillanti” per le nostre Università: rastrellerebbe, in tutto il mondo, i migliori scienziati e professori universitari (è successo, così, a Singapore) e tutto questo favorirebbe lo sviluppo di industrie hi-tech tutto a vantaggio della prosperità del nostro paese. Non serve aumentare produttività e flessibilità del lavoro, senza definire e creare i settori nuovi di attività (penso, ad esempio, ai mestieri difficili, ben remunerati, tesi a risparmiare o a creare risorse materiali, umane ed energetiche) in cui lavorare. Dovremmo rinunciare alla nostra cultura (altro che preservarla) intrisa di controverse religiose, idealismi e astrologie e mirare a raggiungere livelli di preparazione più elevati privileggiando scienza, tecnica ed informatica avanzata: solo così si potrebbe concepire uno sviluppo vero che contribuirebbe, tra l’altro, a salvare il nostro Paese.

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6 commenti

  1. Pubblicato 9 Marzo 2007 alle 12:41 | Permalink

    Accidenti Biagio, davvero un’osservazione profonda e intelligente, mi hai lasciato stupito e che dire, non posso che affermare di trovarmi in simbioso con il tuo modo di vedere\esporre i fatti … ma avendolo detto tu gia in ottimo modo … quoto in toto (che paraculo!).

  2. Pubblicato 9 Marzo 2007 alle 13:42 | Permalink

    Professore, professore…
    lei punta il dito su una forte componente logistica (terra da coltivare), ma io vedo questa componente molto lontana dalla realta’ citata da Zio Bill.
    La terra, la pianificazione agricola e via dicendo non e’ applicabile piu’ da decenni, nonostante questo il numero di immigrati va aumentando di anno in anno.
    Attualmente e’ necessario avere un’educazione o una specializzazione molto alta per poter entrare, talmente alta che a volte i “Possibili Geni” vengono lasciati fuori. Non parliamo di agricoltura, ma di specializzazioni in grado di fornire al paese una forza lavoro altamente qualificata, quindi in grado di generare masse critiche in diversi settori, portandoli a dominare il mercato e intascando i soldi delle tasse di tali domini.
    A questo punto credo che l”america sia in un momento diverso da quello in cui potrebbe trovarsi l’Italia se decidesse di seguire le imprese dell’aquila a stelle e striscie. Al momento l’America puo’ pensare di allargare un pochino lo spettro delle green card per poter allargare il proprio bacino di lavoro, in Italia al contrario bisognerebbe spingere su una qualita’ lavorativa (che attrae investitori e risorse umane) che non esiste. Al contrario le persone dotate di un certo livello di risorse cerebrali, se ne vanno.
    Prima di poter pensare ad investire in specializzazioni estere, forse sarebbe meglio ristrutturare il presente, per fornire un futuro sostenibile.

    mi da ragione, prof, oppure mi caccia e ci vediamo a settembre?

  3. Pubblicato 9 Marzo 2007 alle 14:00 | Permalink

    Carlo,

    [...] io vedo questa componente (logistica, ndr) molto lontana dalla realta’ citata da Zio Bill.

    Concordo (e come non potrei). Quando mi riferivo all’agricoltura (”[...]è stata la fonte dominante di ricchezza fino all’inizio del secolo scorso” non mi riferivo affatto alla situazione attuale (ci mancherebbe): ho semplicemente analizzato quanto avveniva il secolo scorso e provavo a rapportarlo con quanto richiesto, l’altro giorno, da Gates.

    Per il resto credo che siamo daccordo.

  4. Pubblicato 9 Marzo 2007 alle 15:23 | Permalink

    A me sembra che le tue proposte (che condivido) sia esattamente in linea con l’opposto di quello che fa l’Italia.
    Scuole d’eccellenza? Escludo la Normale di Pisa e mi sa che il resto è inclassificabile.
    Valorizzazione della ricerca? No comment.
    Industria HiTech? Cito solo i dividendi di Telecom per non essere prolisso.
    Abbandonare una cultura vecchia? Chi va a togliere il cilicio ad una nostra senatrice? Lo sostituiamo con una giarrettiera? Io ne sarei felice ma temo che sia un utopia.

    Sigh

  5. Pubblicato 9 Marzo 2007 alle 16:57 | Permalink

    Mentre nel resto del mondo i grandi istituti di ricerca, specie nelle scienze, si stanno affermando come nuovi centri di formazione superiore e la tradizionale universitas studiorum (che, dopo la Chiesa, è l’istituzione più longeva della nostra civiltà) sta faticosamente cercando di ammodernarsi, qui da noi facciamo poco (vedi il discusso Istituto Italiano di Tecnologia di Genova), meno di quello che dobbiamo e possiamo.

    [...]temo che sia un utopia.

    lo temo anch’io…

  6. Pubblicato 9 Marzo 2007 alle 18:30 | Permalink

    Ma investiranno mai davvero sulla ricerca qui da noi?

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