… e anche l’americana AT&T è scappata via. La politica italiana è riuscita a spaventare, dopo la spagnola Telefonica, anche il colosso americano delle telecomunicazioni. «Siamo un Paese – notava Nicola Porro su “Il Giornale” – in cui il governo si loda della liberalizzazione delle aspirine, ma non perde occasione per chiudere il mercato dei capitali[...]. E con questo stile untuoso: mezze frasi, comparsate televisive che evocano normative di urgenza e cambio delle regole in corso di partita».
Critiche pungenti sono arrivate anche dall’ambasciatore americano in Italia, Ronald Spogli, che ha fatto notare come «il livello di investimenti americani in Italia è basso rispetto a Germania, Francia e Spagna. Ciò è dovuto a diversi motivi, uno dei quali è non capire esattamente se le regole siano uguali per tutti». Come dargli torto? «Il cambiamento delle regole – gli fa eco Montezemolo sul Corriere – o meglio le regole poco chiare, ancor di più cambiate in corsa, portano inesorabilmente alla perdita di credibilità e a una ulteriore riduzione delle possibilità di investimenti stranieri in Italia che non sono mai stati così basse come oggi». E, in effetti, con questa brillante operazione il nostro Governo è riuscito a diffondere sulle pagine di tutti i giornali del mondo l’immagine di un’Italia inaffidabile; un’Italia dove la politica si fa gioco delle regole del mercato e, in modo autolesionistico, invece di attrarre capitali li respinge a danno della sua stessa economia.
Ci sono state, a leggere i giornali, dichiarazioni da parte del Governo a dir poco imbarazzanti sull’affaire Telecom. Non solo. Il quadro generale è reso ancora più preoccupante da un’opposizione quasi apatica che non riesce ad emettere nemmeno un gridolino, un gemito, un rantolo di dolore di fronte a quello che sta accadendo. Il tutto per il semplice motivo che Berlusconi è interessato ad entrare in Telecom. E lo è da sempre.
Colaninno (ancora lui, il «capitano coraggioso di D’Alema» ) è tentato di rientrare in Telecom, in pompa magna, come (udite, udite) Salvatore della Partia dopo essere stato costretto a scappare dalla finestra (con le tasche belle piene). L’idea -lanciata, incredibile a dirsi, dall’Unità- sarebbe quella di creare un asse con Mediaset (che potrebbe entrare in Telecom con una quota minoritaria grazie, manco a dirlo, alla legge Gasparri) con la benedizione di Mediobanca, Intesa Sanpaolo e Capitalia. In pratica a spartirsi il bottino ci sarebbero tutti: Prodi, Berlusconi e D’Alema… un bell’accordo bipartisan, non c’è che dire!
Nei fatti è proprio questo il nocciolo della questione. Alla politica italiana interessa che Telecom resti italiana perchè se così non fosse – dice bene Sergio Romano – «si ridurrebbe drasticamente lo spazio per i salvataggi, la cassa integrazione, i pensionamenti anticipati, i tavoli sindacali con la partecipazione del governo. Le grandi aziende devono restare italiane perché con gli italiani si tratta e, prima o dopo, ci si mette d’accordo. Con gli altri è più difficile». Un efficace ammortizzatore sociale: ecco cos’è Telecom per la politica italiana: al di là dei falsi insulti che quotidianamente vengono lanciati da entrambe le parti della barricata, si sta preparando una grande coalizione politico-finanziaria (l’inciucio) che serve a tutti per esercitare e garantire il potere politico conquistato. Tutti hanno interesse a che le proprie banche mettano le mani su Telecom perchè questa è in grado di generare un’imponente liquidità che, per le campagne elettorali (e non solo), è essenziale. Il bottino è ghiotto e poco importa se a guidare questo colosso siano i soliti capitalisti senza capitali nostrani: il prelibato boccone, costi quel che costi, va preservato e spartito, accuratamente, con gli amici: il cibo italiano, lo sanno tutti, è meglio!
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