La pubblica accusa aveva chiesto l’archiviazione mentre il giudice l’ha respinta. Credo che solo in Italia accadono queste cose.
Il gip di Roma Renato Laviola ha disposto l’imputazione coatta del medico Mario Riccio, che la notte tra il 20 ed il 21 dicembre scorso diede seguito alla richiesta di Piergiorgio Welby di sospendere il trattamento terapeutico e di essere sedato perché non soffrisse (visto che la sua sarebbe stata una atroce morte per soffocamento) nei suoi ultimi istanti di vita.
Il giudice Laviola nelle sette pagine di motivazione, nel respingere la richiesta di archivazione del pm, ribadisce che esiste «un diritto al rifiuto delle cure, per motivi etici o religiosi», ma inquadra il caso di Welby come un caso a parte: «eutanasia passiva». Il reato contestato al dott. Riccio è «omicidio del consenziente». Riccio -secondo il gip- avrebbe, attivamente, contribuito alla morte di Welby; sarebbe giunto apposta a Roma per praticare l’interruzione della ventilazione anche se «non era il suo medico curante». Difficile davvero comprendere come questa circostanza possa cambiare tutto.
Eppure il dottor Riccio per la vicenda Welby fu prosciolto, a conclusione di un procedimento disciplinare, dall’ordine dei medici di Cremona. Inoltre, in base alla consulenza medico-legale disposta dalla procura, fu escluso qualsiasi rilievo causale tra la sedazione e la morte di Welby. Gli stessi procuratori hanno accertato che il decesso non fu causato dalla sedazione, ma dall’insufficienza respiratoria provocata dalla legittima interruzione del trattamento effettuata su richiesta del paziente.
Ma evidentemente tutto questo non è bastato a convincere il dott. Laviola.
Mi pare, ad ogni modo, d’intravedere la possibilità (qualora la procura non rinnovi la richiesta di archiviazione) che si apra uno scenario alquanto paradossale (così com’è tutta questa vicenda), che solo il bizantinismo italiano poteva concepire. Sarà infatti la stessa procura che aveva avanzato la richiesta di archiviazione a dover procedere nei confronti di Riccio e chiederne il rinvio a giudizio.
Lo so che è troppo presto per poterlo affermare ma non vorrei che la decisione di ieri del gip Laviola fosse il primo caso di obiezione di coscienza a cui la Pontificia Accademia per la Vita ha richiamato non solo gli operatori della sanità, ma anche i magistrati. A pensar male si fa peccato, ma -come ebbe a dire Andreotti- spesso ci si azzecca.
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