Piccoli segnali - alcuni dei quali sembrano marginali e di poco conto - indicano, inequivocabilmente, che sono in atto, nel sottosuolo mafioso, sconvolgimenti per la riconquista di nuovi equilibri.
A Napoli la camorra continua a sparare: una macelleria impazzita che opera, con la spregiudicatezza di sempre, per le strade della città. In Calabria la ‘ndrangheta sembra sempre più, prepotentemente, al comando e le preoccupazioni del prefetto De Sena sono estremamente significative ed allarmanti: «Temo -ha dichiarato martedì pomeriggio a Roma di fronte alla commissione Antimafia presieduta da Francesco Forgione - una nuova guerra di mafia». A Palermo, invece, gli ultimi fatti intimidatori compiuti da mani mafiose indicano, senza dubbio alcuno, una situazione di prevaricazione e di ristrutturazione che, in modo silente, sta avvenendo in seno alle cosche: a Cinisi, nel giro di poche ore per ben due volte (alla vigilia della visita del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano), è stata danneggiata con un liquido corrosivo la lapide che ricorda Peppino Impastato mentre a Termini Imerese è stato divelto l’albero che ricorda il giovane militante politico assassinato il 9 maggio del 1978 per aver denunciato le cosche mafiose locali.
Se da un lato la mafia avanza pare, stando a quanto afferma Francesco Forgione, che il governo Prodi stia arretrando e si sia dimenticato, quasi, di fare la lotta alla mafia. In questi anni, infatti, sono stati confiscati 801 beni di natura aziendale alle cosche e solo 34 sono oggi sopravvissuti. Purtroppo, tra la confisca del bene e la sua destinazione ad uso sociale, possono passare tra i 10 e i 15 anni. In questo lasso di tempo è molto probabile che i beni si deteriorino e tra fallimenti e intoppi burocratici è facile che qualcosa ritorni, anche, in mano ai mafiosi. Altro dato allarmante: solo a Napoli, di 300 aziende sequestrate alla Camorra, la maggior parte sono fallite, con conseguente aumento della disoccupazione e della disperazione per centinaia di famiglie di operai. Sul fronte dei beni immobili, invece, sono 7328 i beni confiscati ma 3835 sono ancora da destinare. Il Demanio non regge più il grande carico di lavoro. Ne è convinto don Ciotti che, con la veemenza e la pragmaticità che lo contraddistingono, ha chiesto l’istituzione di un’Agenzia che si occupi, esclusivamente, di gestire i beni confiscati: «chiamiamola come ci pare, ma serve una istituzione che si occupi esclusivamente della confisca e che poi segua tutto il processo fino all’attribuzione dei beni». E, intanto, in Calabria e in Sicilia le cooperative impegnate sui terreni confiscati alle mafie subìscono attentati e avvertimenti intimidatori.
Purtroppo, però, i problemi non terminano qui. In Sicilia c’è un giornalista dell’Ansa, Lirio Abate, che è stato costretto a lasciare l’isola e vive sotto scorta mentre due giorni fa, nel cuore di Palermo, è stato ucciso un capo mafia: Nicola Ingarao.
A quanto pare la fragile tregua del dopo Provenzano sembra essersi rotta. E’ quasi certo che i mafiosi si stiano organizzando per trovare nuovi possibili equilibri: che sia l’inizio di una nuova guerra di mafia?
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5 commenti
Le premesse da te elencate lasciano presagire periodi … di piombo … purtroppo.
Aspettiamocene delle … brutte …
Tira una brutta aria, purtroppo.
Condivido e aggiungo: nelle ultime due settimane, ci sono stati due morti anche a Catania, sempre in odor di guerra tra vari clan.
Un bel post davvero. Difficile da commentare, pero’ mi hai dato diversi spunti di riflessione.
C’e poco da commentare , è solo la triste e preoccupante verità