Ho letto, in questi giorni, con estremo interesse, la letteratura sul testamento biologico non fosse altro perché (a parte le condizioni di tipo tecnico) costringe, in un certo senso, ad affrontare, in modo razionale e non (visto che, effettivamente, c’è una forte valenza emotiva) la questione della (propria) morte.
La proposta sul testamento biologico (anche nota come ddl Marino ) cerca di tutelare quei pazienti che si trovano, a causa di una malattia, nell’impossibilità di poter dare il proprio assenso o dissenso alle cure. Quello di decidere il tipo di cure cui essere sottoposti è un diritto costituzionalmente garantito che ciascuno di noi esercita attraverso il cosiddetto consenso informato ogni qualvolta ci si sottopone ad un esame diagnostico, ad un intervento chirurgico o a una qualsiasi terapia minimamente invasiva: dal principio del consenso informato viene dedotta la conseguenza razionale per cui anche in condizioni d’incapacità d’intendere e volere (o comunque nell’impossibilità di poter decidere per se) deve valere la stessa facoltà di rifiuto del trattamento sanitario (qualunque esso sia ). Queste indicazioni vengono, semplicemente, anticipate: nel pieno delle facoltà mentali, assistito dal medico di fiducia, ciascuno di noi viene chiamato a scrivere su un documento quali terapie si è disposti ad accettare e quando, invece, si desidera che la malattia faccia il suo decorso naturale.
Quando però si cercano di trattare problemi che s’insinuano sul confine fra la vita e la morte s’innescano, inevitabilmente, malumori con la Chiesa e sono inevitabili gli attriti con le istituzioni laiche; è stato così con l’aborto, con l’eutanasia e oggi, indebitamente, lo è anche con il testamento biologico. A mio parere la discussione sulla dichiarazione anticipata di trattamento sanitario dovrebbe rimanere fuori dal grande tema della vita e della morte perché, semplicemente, il cuore del problema sono le cure e il dolore e non certo la morte. Eppure le autorità eclesiastiche - in maniera strumentale - stanno cercando di far passare il concetto che il testamento biologico nasconda l’eutanasia. Esiste una profonda differenza tra il provocare la morte attraverso l’iniezione di un farmaco e l’accettare, invece, la fine naturale della vita prendendo atto che non c’è più nulla da fare. Nel nostro paese esiste, è indubbio, questo vuoto legislativo (messo in luce, anche, dal caso di Piergiorgio Welby) e penso che sia giusto - e doveroso - che il Parlamento vi ponga, al più presto, rimedio.
È dovere del medico e dei familiari accompagnare il paziente ad una morte dignitosa e l’idea alla base del decreto legge mi sembra che vada proprio in questa direzione. Permettere a tutti di decidere come e quando terminare le cure per arrendersi alla malattia è un gesto di civiltà che richiede una legge chiara e precisa che, dovendo riguardare tutti, non può essere confinata né nella versione di uno schieramento politico né, tanto meno, in quella di una professione religiosa.
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2 commenti
Ma un pò di relax la chiesa ce lo vuole lasciare … questo vaticano non possono trasferirlo in alabama … tantpo per dirne una? o … in siberia … per dirne un’altra?
in verità, Mauro, con il caldo che fa preferirei andarmene io in Siberia. Se Maometto non va alla montagna…