Anche se, fortunatamente, non si tratta di un’ondata violenta paragonabile a quella del 2001 gli attentati (falliti) di venerdì e sabato scorsi a Londra potevano essere micidiali e devastanti come quelli del luglio 2005 quando, su alcuni autobus e convogli della metropolitana, 52 persone rimasero uccise e più di 700, invece, rimasero ferite. A pochi giorni dall’insediamento a Downing Street di Gordon Brown, la Gran Bretagna assapora, nuovamente, l’incubo del terrorismo e si riscopre, oggi come due anni fa, impreparata ad affrontare la minaccia. Le reazioni contrastanti dell’anti-terrorismo britannico, infatti, denunciano chiaramente lo stato di inadeguatezza delle strutture di sicurezza: a due anni dal precedente attentato pare che gli organi preposti non siano stati ancora in grado di individuare (ed estirpare) la cellula terroristica filo islamica attiva nel Regno. La classe politica, poi, su tutta la faccenda è abbastanza cauta nell’attribuire la paternità di questi attentati; sembra andarci con i piedi di piombo (sicuramente anche per non fomentare l’odio contro le comunità islamiche) e cerca, con ostentazione, di evitare di stabilire qualsiasi riferimento alle motivazioni ideologiche e religiose che hanno spinto i terroristi ad agire. «L’Inghilterra non cederà al male» ha dichiarato Brown seguendo, com’era inevitabile che fosse, la linea ferma e decisa di Tony Blair. Tuttavia quello che attende Brown è, certamente, un periodo difficilissimo in cui dovrà dimostrare personalità e doti di leadership per confermare la cultura della sicurezza, della forza e della difesa che, oramai, sono consolidate e connaturate nella sinistra di governo britannico.
La banda degli arrestati – sospettati di avere contatti con Al Qaeda – era una banda di “dottorini” arabi: giovani, laureati, intellettuali, immigrati in Gran Bretagna dal Medio Oriente, insospettabili agli occhi di tutti (riporta Franceschini su Repubblica di oggi che il padre di uno dei medici coinvolti, tale Jamil Abdalkader Asha, in merito alla notizia del coinvolgimento del figlio negli attentati, ha dichiarato : «Mio figlio non sarebbe capace di simili azioni, non è mai stato il tipo che s’immischia in politica, gli ho parlato al telefono quattro giorni fa, ci ha sempre detto che era contento di vivere in Inghilterra e che era trattato bene, sono sicuro che è innocente» ). È evidente che se da un lato lo status sociale dei terroristi può spiegare l’inadeguatezza e l’impreparazione alle sofisticate tecniche militari (e quindi il fallimento dell’azione terroristica), d’altro canto allarma ancora di più tutti perché fa tornare la paura per i cosiddetti “terroristi della porta accanto” e, se ce ne fosse bisogno, testimonia e dimostra quando infondato sia il pregiudizio secondo cui il terrorismo islamico troverebbe nei diseredati e negli emarginati del pianeta la propria manovalanza.
Il multiculturalismo britannico (ma non solo quello), quindi, rischia, nuovamente, di finire sotto processo. Questa dell’idea di avere (o, comunque, di aspirare ad) un’identità comune è un problema di non poco conto, nevralgico oserei dire, dei giorni nostri che nasce, essenzialmente, dal deterioramento del concetto stesso (forse utopico) d’integrazione. Invece di cercare di integrare individui, sempre e ovunque, si cerca di integrare le comunità e così facendo abbiamo creato, all’interno delle nostre stesse città, gruppi con forti autonomie portatrici di istanze meritevoli di attenzione e destinatari di benefici in quanto, appunto, comunità e non singoli individui. É l’appartenenza a quel gruppo etnico o a quella comunità religiosa che fa scattare il privilegio: una serie di libertà elargiti a comunità etnico-confessionali (e, lo ribadisco, non ai singoli individui) che producono, inevitabilmente, una società apparentemente integrata ma, nella sostanza, frammentata e priva di quell’identità comune, quello spirito di appartenenza che, evidentemente, non può essere “acquisito” con la sola cittadinanza.
Se non si sforza di recuperare la dimensione dell’individuo come soggetto di diritti si rischia di lasciare, inevitabilmente, irrisolto il vero problema dell’integrazione che, naturalmente, sfocia nel vittimismo e quindi nel risentimento e, qualche volta (purtroppo), nell’azione di protesta estrema.
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Pannella e Bonino si svegliano di soprassalto (dopo mesi di letargo) e s’accorgono, con enorme ritardo direi, che il Governo s’appresta ad accontentare i (soliti) sindacati e la (solita) sinistra conservatrice sul tema delle pensioni.
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