Alla domanda su cosa pensasse sul compromesso delle pensioni, Fausto Bertinotti rispose che si sarebbe sentito di vivere in una democrazia più arricchita «se su una questione che riguarda la vita dei lavoratori, i lavoratori stessi venissero chiamati a pronunciarsi su una proposta di accordo di legge». Nella bocca del presidente della Camera tenuto, per ragioni istituzionali, al più stretto riserbo questa dichiarazione era la più alta critica possibile. Non potendo dire altro fu Franco Giordano che prese la parola. Ancora scosso dallo schiaffo subito, il segretario di Rifondazione mantenne alti i toni bellicosi, rilanciò sulla legge 30 e disse che la battaglia non sarebbe finita (ma si vedeva chiaramente che non ci credeva nemmeno lui).
Il Governo, in tutta risposta, nei giorni scorsi, ha presentato un altro pacchetto sulla riforma del Welfare e sul mercato del lavoro che contiene, in soldoni, due novità: la legge 30 non viene, significativamente modificata e, inoltre, il testo del governo viene definito, dal ministro Damiano, non negoziabile.
Rifondazione, a conti fatti, sta intascando la peggiore sconfitta della sua storia recente: mancano solo la TAV e Vicenza e poi, effettivamente, la frittata sembrerebbe completata. Tant’è che un paio di giorni fa, Liberazione si chiedeva, in prima pagina, se il programma dell’Unione valesse ancora qualcosa o se fosse solo cartastraccia.
L’identità dell’elettorato di Rifondazione è stata, indiscutibilmente, violata e, molto probabilmente, in autunno gli iscritti al partito decideranno, con un referendum, se non sia venuto il momento di uscire da questo Governo. Ma il problema, a mio avviso, è più ampio e, in qualche modo, più alto: la strategia di Bertinotti è stata una strategia fatta a moduli (come quella dei missili spaziali): stare nel Governo per contrastare i cedimenti moderati e neoliberisti, proporre le svolte opportune e, per finire, utilizzare il prestigio delle istituzioni per favorire la nascita in Italia e in Europa di un polo di sinistra alternativo al riformismo social-democratico e vicino ai movimenti contro la globalizzazione. Dunque non si trattava solo, banalmente, di essere un partito di lotta e di governo, ma anche partito che si distrugge per rigenerarsi in un nuovo soggetto politico. Quello di Bertinotti era (ed è ) un programma (ambizioso) senza alcun riscontro in Europa, dove la sinistra estrema Francese è ancora sotto shock per la vittoria di Nicolas Sarkozy e quella tedesca è la sola che sembra guadagnare consensi stando, come da manuale, all’opposizione e sfruttando le difficoltà della social-democrazia nel governo della grande coalizione. Alla stretta dei fatti Bertinotti ha molto poco in mano, nemmeno quell’alleanza con i produttori che, chissà perchè, è il sogno continuo di certa sinistra. Ha aperto a Marchionne che però non può essere Agnelli, così come i metalmeccanici comaschi non possono essere quelli della FLM degli anni ‘70.
L’Italia ha bisogno di una sinistra (anche radicale ed estrema) che concorra a definire nuovi patti sociali, ma ha bisogno soprattutto di una sinistra capace di aggiornarsi e rinnovarsi: un suo fallimento non sarebbe una buona cosa per nessuno.
Bertinotti, Sinistra, Rifondazione Comunista, Unione, Programma, Liberazione
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