Domenica d’agosto sul monte Taburno: in una piazzola riservata al pic-nic, piantata nella distesa erbosa, una bottiglia di plastica vuota. Arriva una coppia di adulti abbastanza distinti ed evoluti: hanno un libro ed il giornale sotto al braccio e sono ben attrezzati per trascorrere la giornata all’aperto. Prendono il sole, sulle loro stuoine, ascoltando civilmente la musica con i loro i-Pod, chiacchierano ogni tanto fra di loro (magari parlano di ecologia e di costi della politica), consumano il loro pranzo a sacco ed hanno cura di mettere gli avanzi in un sacchetto che, certamente, depositeranno in un cestino dei rifiuti che qui, in questa “zona attrezzata“, non c’è.
La bottiglia derelitta no. È li, piantata vicinissima a loro: ci inciampano persino, tant’è vicina, ma loro non la toccano. E quando quei due vanno via, lasciando la spianata, la bottiglia rimane là come sempre. Un totem post-moderno all’idea che del bene comune hanno molti italiani: ciò che è pubblico non è di tutti, ma di nessuno (proprio come quella bottiglia). Quella bottiglia piantata tra quei fili d’erba è un monumento imperituro allo Stato, quest’entità a cui parecchi italiani non sentono di appartenere, se non come finanziatori forzati e svogliati attraverso le tasse.
Siamo un popolo veramente strano: pronti a lucidare, con la lingua, la porta di casa, siamo completamente insensibili a qualsiasi cosa le stia davanti. E quando qualcuno ce lo fa notare, rispondiamo con la più scontata e italiota delle frasi: «Non è di mia competenza».
Quella bottiglia l’ho gettata nella busta dei miei rifiuti ma, riflettendoci su, sono tantissime le volte in cui anch’io, come quella coppia di anziani signori distinti ed evoluti, non ho avvertito, sbagliando, la necessità (o, se volete, “la competenza” ) di farlo. E poi ci lamentiamo…
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