La notizia, devo ammetterlo, mi ha lasciato alquanto basito: Robert Ménard (fondatore e segretario generale di Reporters San Frontières, la ong internazionale che si batte per la libertà di stampa e di espressione, contro i regimi censori e autoritari), in una trasmissione del canale radiofonico France Culture, ha legittimato e rivendicato l’uso della tortura: «Se avessero preso in ostaggio mia figlia, non ci sarebbe limite alcuno, ve lo dico e ve lo ripeto, all’uso della tortura». Per essere ancora più chiaro («non ci sarebbe limite alcuno» ) e, soprattutto, per non lasciare adito a dubbi o a stravaganti interpretazioni su quello che intende, Ménard cita il caso di Daniel Pearl, il giornalista del Wall Street Journal, sequestrato e assassinato in Pakistan. Per cercarlo di liberarlo in tempo - lo ricorda Carlini su Il Manifesto - furono arrestati e torturati (inutilmente, visto che il giornalista non solo fu ucciso ma letteralmente fatto a pezzi) i familiari dei presunti rapitori: «bisognava assolutamente salvarlo e se era necessario prendere un certo numero di persone, prenderle fisicamente, avete capito, minacciandoli e torturandoli». Con rara vigliaccheria Ménard, per sostenere la sua tesi, si fa scudo della vedova di Pearl che, secondo lui, difenderebbe l’uso della tortura da parte della polizia pachistana. L’idea (balorda) propagandata dal giornalista è che in certe condizioni non è più una questione di idee o di principi, ma di guerra. Ed è tutto qui il triste nodo della vicenda: il fondatore di RSF, nel cercare di creare un’impalcatura ideologica per giustificare gli abusi di Guantánamo e Abu Grajib, finge di dimenticare che saltare il fosso della disumanità non rende giustizia a nessuno: somma, semplicemente, ingiustizia ad ingiustizia. Semplici boia contro boia.
Con le sue dichiarazioni, Ménard ha mosrato il suo vero volto, la sua vera missione, la sua vera vocazione: non più il giornalista fondatore di Reporters San Frontières (un’organizzazione indipendente - almeno così recita lo statuto - che lavora per la libertà d’espressione) ma un semplice ingranaggio del partito della guerra, del neoconservatorismo duro e puro dei Donald Rumsfeld, dei Dick Cheney e degli Alberto Gonzalez. Che delusione.
Reporters San Frontières, Abu Grajib, terrorismo, guerra, Robert Ménard, Daniel Pearl, torture










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2 commenti
Pessimo tempismo: alla vigilia della sentenza (ridicola) dell’unico ufficiale coinvolto nello scandalo delle torture ad Abu Ghraib.
Il pentagono dice di aver imparato la lezione, ma, a sentir parlare Bush e Cheney, pare che i loro capi non l’abbiano nemmeno presa in considerazione.
Se anche RSF si schiera a favore della tortura siamo davvero fregati.
Un balzo indietro di millenni.
Quanta ipocrisia caramellata di buoni principi. Va ke se una cellula di talebani invasati rapisse tua figlia il concetto di tortura sfumerebbe in qualcosa di simile a: extrema ratio per salvare un’essere innocente.
Sir Pico
PS: è emergenza ambientale in Italia: esprimete il vostro voto su famitalia.blogspot.com (sono rimasti solo pochi giorni)