Un editoriale anonimo comparso, in prima pagina, su Il Foglio di Giuliano Ferrara il 29 Agosto scorso titolava «“Eugenetica preconcezionale” all’Asl». Incuriosito dal titolo mi sono immerso nella lettura. Ecco la notizia: un lettore del Foglio, Massimiliano Greco, ha segnalato alla redazione del giornale che sul portale web di un’Asl milanese sarebbe presente la sezione «eugenetica preconcezionale»; quelli del Foglio si buttano a capofitto sulla notizia, la verificano e scoprono che – rabbrividiamo! – la stessa cosa succede nel portale della Regione Umbria (che fornisce – orrore! – anche un numero verde per prenotare le analisi). Il riferimento è alle analisi che si effettuano normalmente prima di concepire un figlio (pre-concezionale vuol dire questo, no?), per evidenziare la possibilità di eventuali trasferimenti di malattie genetiche alla prole: due aspiranti genitori, ad esempio, potrebbero voler esser certi di non esser affetti da microcitemia perché, con una probabilità su quattro, questa eventualità darebbe vita ad un bambino talassemico.
Uno si aspetterebbe il sermoncino dell’articolista anonimo sull’uso (etimologico) della parola «eugenetica» (“buona nascita” ) e sul fatto che mentre se ne nega la pratica se ne usa il nome. E invece – oltre a sermoneggiare – l’editorialista va oltre alla parola e condanna anche la pratica. Ecco cosa si legge nell’articolo:
si vuole, semplicemente, migliorare la specie, fabbricando i figli secondo il desiderio, trasformando la medicina da cura a selezione e piazzandola sul sito delle Asl, accanto alle visite ginecologiche. Si può controllare quasi tutto, in fondo [...] un’eugenetica preconcezionale da consultorio (quindi anche un codice che stabilisca non solo chi ha diritto di venire al mondo, ma anche chi ha diritto di procreare, perché ha i geni a posto, e chi non soddisfa gli standard di qualità, ma può comunque affidarsi a un tavolo di laboratorio). L’eugenetica non è più un fantasma che si aggira per l’Europa, è un servizio gentilmente offerto dalle Aziende sanitarie locali.
Davanti a questo parlare, questa volta a rabbrividire, veramente, sono io: la più banale delle misure preventive viene condannata e additata come strumento di selezione della specie. Non solo. L’anonimo editorialista insinua anche che ci sia un codice che stabilisca «anche chi ha diritto di procreare»: un puro vaneggiamento! Seguendo questa becera logica chi vuole un figlio è condannato persino a non sapere se c’è qualche eventuale pericolo di malformazione. Ma cosa c’è di più umano, per un genitore, di sapere che suo figlio sia un bambino sano? Cosa c’è di male, dov’è la perversione, dov’è che si nasconde Satana in tutto ciò? Questa follia (perché di follia si tratta) fatta di condanne concitate e frenetiche vorrebbe, financo, negarci l’autonomia: da fastidio l’elementare possibilità di una scelta consapevole. Questo è il punto: l’editorialista (e chi la pensa come lui) vorrebbe non un’umanità libera dai pregiudizi e consapevole delle sue scelte (perchè informata) ma un gregge che, a testa bassa, patisce, mansuetamente, gli ordini dei pastori e la ferocia dei cani.
Non ho parole. (Anzi ce le avrei: ma preferisco non esser volgare).
eugenetica, Il Foglio, libertà, scelta, consapevolezza, Asl, malattie genetiche
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