Daily Archive for settembre 5th, 2007

D’Alema e il problema mediorientale…

d'alema.jpg«Noi siamo qui per incontrare Abu Mazen e Salam Fayyad e non Hamas» così ha dichiarato Massimo D’Alema a Ramallah durante la sua visita di questi giorni in Medio Oriente. Eppure non poco tempo fa (alla Festa dell’Unità di San Miniato, vicino Pisa) aveva dichiarato che Hamas «è anche un movimento popolare» e che «non riconoscere – da parte dell’Occidente – un governo eletto democraticamente non è una grande lezione di democrazia».
A contribuire a rendere la posizione dell’Italia ancora più ambigua (se ce ne fosse bisogno) c’ha pensato anche il presidente del Consiglio Prodi che, giusto qualche settimana fa, ha teorizzato da Castiglione della Pescaia che per affrontare il problema mediorientale è importante che ci sia un dialogo «trasparente» con tutti. Hamas compreso: «Hamas esiste» – disse in quell’occasione Prodi – e bisogna «aiutarlo ad evolversi».
Intanto ieri il titolare della Farnesina ha affermato che «l’Italia è pienamente d’accordo con l’Unione europea di non avere negoziati con Hamas [...] Il problema non è quello di un negoziato fra l’Ue ed Hamas, ma di incoraggiare la leadership palestinese ad avviare la riconciliazione». D’Alema, dunque, ha ripreso e perfezionato il discorso fatto a Telese quando disse che «non si fa un accordo di pace con metà del popolo palestinese; o forse si crede che debbano nascere due stati?». Con questa sua (assurda) dichiarazione (con cui riuscì ad incassare anche l’applauso dal portavoce di Hamas Sami Abu Zuhri che subito dichiarò «l’assedio politico contro Hamas sta diminuendo» ) il titolare della Farnesina sosteneva (e sostiene) che metà del popolo palestinese appoggia Hamas: questa piena corrispondenza tra metà del popolo palestinese e Hamas – questo è il fulcro della sua analisi demenziale – obbliga de facto a una apertura nei confronti dell’organizzazione terrorista.
Una doppiezza di linguaggio senza eguali che la dice lunga sull’ambiguità in cui l’Italia cerca di galleggiare nel contesto mediorientale e che, soprattutto, non ci rende affatto affidabili in primis di fronte ai nostri partner occidentali.
Ma, ritornando alla questione posta dal nostro ministro degli esteri circa l’incoraggiamento verso la leadership palestinese ad aprire un dialogo con Hamas, mi chiedo se ci sono, concretamente, i termini per una «riconciliazione»; se Hamas è veramente disposto a tendere una mano verso il governo palestinese. I fatti, purtroppo, dicono che da Gaza (controllata da Hamas dopo il sanguinoso golpe del luglio scorso) continuano a piovere razzi Qassam verso le città israeliane: non meno di due giorni fa cinque razzi sono stati sparati proprio da Gaza verso Sderot, nell’ora di afflusso nelle scuole, e nell’area circostante andando a colpire anche il cortile di un nido di infanzia provocando panico tra i bambini.
Il presupposto di quella «riconciliazione» tanto auspicata dal nostro ministro degli Esteri è il rispetto di un generico concetto di «legalità» da parte di Hamas («sono stato molto chiaro con Abbas – ha dichiarato D’Alema – e lui è d’accordo: è pronto a negoziare con i palestinesi e condivido la sua opinione di ristabilire prima la legalità, che è responsabilità di Hamas» ), che sembrerebbe però non includere le condizioni del riconoscimento di Israele e degli accordi con lo Stato ebraico.
Il 16 luglio scorso D’Alema diceva: «è sbagliato regalare ad Al Qaeda movimenti come Hamas e Hezbollah». Ma – mi chiedo – siamo sicuri che Hamas e Hezbollah non siano già come (o peggio di) Al Qaeda?
Le dichiarazioni (irresponsabili) del ministro d’Alema, in un quadro internazionale, rischiano, a mio avviso, di diventare pericolose: un’apertura ai fondamentalisti di Hammas indebolisce, inevitabilmente, l’autorità del presidente palestinese (e quindi il processo di pace) perché illude i leader di Hammas di poter essere, prima o poi, legittimati dai paesi europei.
Insomma, l’ambiguità di D’Alema (grande cultore del “doppio binario” ) rischia di creare danni anche all’estero. Non solo in Italia.

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