Il prof. Gianfranco Pasquino scriveva, una settimana fa sull’”Unità“, un’interessante osservazione sulla situazione politica attuale del nostro paese. «Oramai sembra che – si legge nell’articolo – per la debolezza della politica italiana siano i Grillo-boys a dettare l’agenda…». Il timore dell’illustre politologo è che i partiti stiano perdendo tempo di fronte all’incalzante campagna che tende a denigrarli: «ho sempre pensato – scrive Pasquino – che i vuoti della politica vanno individuati per tempo e colmati dalla politica stessa, per esser precisi dalla buona politica».
Difficile non esser d’accordo con l’autorevole politologo. Tuttavia bisogna ammettere che la situazione attuale è talmente ingarbugliata che non c’è, materialmente, tempo per una rivincita. E tutte queste difficoltà si riversano, purtroppo, anche sul nascente Partito democratico che, pur essendo ancora in fase di gestazione, è già chiamato ad un pericolosissimo e pesantissimo colpo d’ala (uscire, cioè, da quella condizione un po’ vaga e nebulosa – paracula direi – in cui sonnecchiano alcuni dei suoi massimi rappresentanti) che rischia di compromettere la sua formazione e soprattutto di scardinare la già precaria situazione in cui versa il governo Prodi.
Sotto quest’aspetto credo che sia comprensibile capire anche quell’accenno dal sapore fortemente demagogico e ridicolo con cui Fassino ha chiesto di «congelare» l’ultimo aumento d’indennità maturato per i 530 deputati della Repubblica. Era un segnale, uno sforzo di buona volontà, un’azione di facciata, simbolica, per provare a invertire, delicatamente, la rotta. Peccato che la sensibilità dell’ex segretario dei Ds non ha intercettato quella del Senato che ha fatto orecchie di mercanti e ha intascato i 200 euro.
Il punto però è un altro. Se si vuole, veramente, incidere sui costi della politica occorre agire con ben altra vigorosa determinazione. Speriamo – lo sostiene Enrico Letta stamani su La Stampa in un intervista rilasciata a Ugo Magri – che la nascita del Pd permetta, con il formarsi di nuovi equilibri, di compiere passi decisivi in questa direzione. Ma si tratta pur sempre di una speranza, «una bacchetta magica – per riprendere le parole di Pasquino – che nessuno ha ancora visto». Lo scenario attuale, invece, è, purtroppo, sotto gli occhi di tutti: ministri e sottosegretari non sono mai stati così numerosi come nell’attuale governo e il peso economico delle istituzioni è percepito come intollerabile. Inutile dire – più e più volte, su questo blog, ne abbiamo discusso – che il «caso Grillo» è, soltanto, una spia d’allarme di un malessere dilagante e Fassino, non a torto a mio avviso, si preoccupa proprio dei riflessi che questo tsunami di antipolitica avrà sul nascituro Pd.
D’altro canto il Pd dovrebbe essere all’avanguardia su questi temi, con proposte drastiche e realizzabili. Invece i vertici del partito restano nel vago e così facendo espongono il nascente Pd ad un doppio attacco. Da un lato dimostrano la vulnerabilità e impreparazione a contrastare, efficacemente, all’antipolitica e dall’altro rivelano la fragilità proprio dove il Pd dovrebbe essere forte, ovvero negli accordi di vertice. L’abbandono di Dini e di altri senatori (oltre a Fisichella) costituisce sotto tale profilo un segnale preoccupante. L’ex presidente del consiglio, infatti, rinfaccia al Pd di non essere, marcatamente, “liberaldemocratico”, di non esprimere una visione abbastanza riformatrice. Non è un voltafaccia – almeno per ora, non lo è – ma non c’è dubbio che l’iniziativa di Dini indebolisce, contemporaneamente, sia l’asse di Governo che il Partito democratico. Il primo rischia di perdere il sostegno di tre senatori (e con i numeri che ci sono al Senato tre senatori sono decisivi per questa maggioranza). Il Pd, invece, risulta, con questa dipartita, scoperto sul lato destro (politicamente parlando) il che, chiaramente, rende meno credibile il tentativo di Veltroni e Letta di ammiccare ai cedi medi. Un gran bel brutto colpo anche per Mastella che s’è visto anticipare, con agilità, da Dini il quale, dobbiamo ammetterlo, s’è ritagliato una posizione preziosa, tra l’altro di grande visibilità.
In attesa della prossima finanziaria il potere contrattuale di Dini, nello scacchiere politico nazionale, tende al rialzo. La partita, per lui, è appena cominciata (così come i guai per Prodi).
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