Sono migliaia i monaci buddisti (a cui si sono uniti anche le monache buddiste) in marcia contro il regime in Myanmar (la giunta militare che da ben 45 anni guida il Paese), sotto la pioggia per le strade della capitale. Secondo il Mizzima News (un sito internet creato da esuli birmani) anche la gente comune sta cominciando a unirsi al loro passaggio. Testimoni riferiscono che fino a 200 persone hanno formato una catena umana davanti alle monache seguite nel corteo da un gran numero di civili. Poliziotti armati hanno però bloccato più di 200 manifestanti che cercavano di imboccare la strada per la residenza della leader dell’opposizione Aung San Suu Kyi (che è costretta agli arresti domiciliari da quasi 12 anni). Intorno alla casa della dissidente la sicurezza è stata notevolmente rafforzata, dopo che nei giorni scorsi alcuni manifestanti non-violenti (circa 2000 persone tra bonzi e civili) erano riusciti ad avvicinarsi (per qualche minuto, Aung San Suu Kyi era uscita dalla casa, rimanendo comunque nel compound dove è agli arresti domiciliari).
Speriamo che gli Stati Uniti dimostrino la coerenza con cui proseguono l’espansione della democrazia e intercettino (e spalleggino) la protesta non-violenta che sta montando nella ex-Birmania. Sull’Europa, invece, non riponiamo alcuna speranza. Purtroppo.
Birmania, Myanmar, Bonzi, Monaci, manifestazione non violenta, libertà, Europa, Stati Uniti, Aung San Suu Kyi










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7 commenti
non possiamo far altro che allargare il passaparola!
Di fronte a questa straordinaria prova di coraggio dei monaci e di quella parte della popolazione civile che ha rotto gli indugi viene da chiedersi che intenzioni abbia la comunità internazionale e, soprattutto, in che modo vorrà appoggiare l’intera popolazione. Speriamo che si mobilitino non solo per un appoggio morale ma anche per un sostegno pratico per tutelare attivamente tutti i cittadini di Myanmar nella tutt’altro che remota eventualità che il regime decida di imboccare di nuovo la via della repressione violenta. Speriamo.
Toglici le speranze per gi Stati Uniti, mi risulta che in Birmania non c’è petrolio,quindi…
sull’Europainvece una flebile speranza la ripongo.
Vana speranza, Alfredo. Gli Stati Uniti stanno provando a spingere all’azione un Palazzo di Vetro come al solito riluttante a qualsiasi presa di posizione coerente con la propria missione: che tristezza.
Update: è interessante segnalare come il New Light of Myanmar abbia in prima pagina, questa mattina, la notizia su una cena di festeggiamento per le ragazze della nazionale femminile di calcio. Della marcia di protesta niente…
Nn mi convince comunque il fatto che gli stati Uniti siano interessati a dare un aiuto per risolvere questo spinoso problema della Birmania, non ne vale la pena per loro(non ci sono forti interessi come quello del petrolio in Iraq e quello del gas in afghanistan); d’altronde la storia insegna, se ne sono fregati della situazione in corea del nord(la non c’e niente da succhiare) eppure quella è una feroce dittatura.Ma come si dice , anzi come dicono loro : ognuno sceglie il paese da liberare a secondo delle dittature che risultano più simpatiche,e ke devo dire Musharaff , Kim Jong-il, ecc sono simpatici
non fare dietrologia e cerca di valutare, al di là del credo politico, i fatti. Con serenità. Il presidente americano George W. Bush parlerà presto, forse già oggi, all’Assemblea generale dell’Onu: annuncerà che ci saranno «sanzioni aggiuntive verso membri chiave del regime e a chi fornisce loro finanziamenti», ha detto il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, Stephen Hadley. Anche «un divieto di visto per individui precisi attivi nel regime e le loro famiglie».
Il regime si trova di fronte a un dilemma: reprimere (come una nuova Tienanmen) duramente la manifestazione guidata dai monaci buddisti, rischiando però di suscitare un moto di sdegno in tutta la nazione. Oppure, lasciar marciare i religiosi nella capitale e in qualche altra città, rischiando che il movimento prenda slancio e si diffonda ad altri strati sociali, come gli studenti e i dipendenti pubblici.
Speriamo (e il nostro è un auspicio) che anche la presidenza dell’Ue voglia intervenire, lanciando una proposta ai monaci e al regime birmano: la fine delle manifestazioni in cambio di un calendario certo per portare il paese a elezioni libere sotto il controllo dell’Onu.