«La possibilità di nuove sanzioni è molto difficile», dice un ambasciatore italiano, «perché la Cina difende un suo alleato, e Mosca non vuole vedere l’Onu condannare nessun governo che decida di sparare sui suoi cittadini». Questa, in estrema sintesi, la sciagurata situazione che si sta delineando all’Onu sulla questione dell’ex Birmania. I generali della giunta golpista sono molto ben protetti: Cina, Russia e India hanno bloccato ieri all’Onu ogni tipo di condanna vera, sostanziale del regime militare birmano che in piazza ha sparato sui monaci. Una situazione angosciante - oltre che incomprensibile - soprattutto perché alle spalle - come spiega bene il direttore dell’Economist, stamani, sulle colonne del Corriere della Sera - ci sono interessi economici e strategie geopolitiche guidate da colossi come Cina, India e Russia. Eppure, di fronte a quelle immagini che ci giungono da Myanmar, non è possibile non chiedersi com’è che sia possibile che, all’alba del XXI secolo, un ottuso regime militare - autoritario, nato dall’arbitrio e privo di ogni legittimazione popolare - possa reprimere nel sangue una manifestazione pacifica di piazza senza essere costretto a pagare un prezzo politicamente pesante. É inaudito. Possibile mai che di fronte a tanta prepotenza e ingiustizia un’organizzazione internazionale come l’Onu non riesca ad imporre una volontà comune? un monito preciso e vigoroso?
Quello al potere dal ‘88 nell’ex Birmania è un regime debole e in forte difficoltà economica: la Giunta militare avrà anche potenti spalleggiatori, ma manca di una qualsiasi rete di solidarietà ideologica a cui potersi sostenere. Mai possibile che una pressione forte e ben coordinata (che, tra l’altro, avrebbe l’appoggio pressoché unanime delle opinioni pubbliche internazionali) non riesca ad assestargli un duro colpo decisivo (e liberatorio)?
Al Rappresentante permanente italiano in Birmania, oggi in riunione con gli altri ambasciatori dell’Unione Europea, D’Alema ha fatto chiedere sanzioni più dure contro chi personalmente è responsabile della repressione chiedendo per loro un “travel ban” (blocco totale dei visti e dei viaggi all’estero per i leader del regime) ma anche passi ancora più forti e decisivi inerenti il codice penale internazionale. Il ministro degli esteri francese, a sua volta, pensa d’intervenire sulle entrate di Myanmar, bloccando gli investimenti economici come quelli della Total (che in Birmania estrae ogni anno quasi 18 milioni di metri cubi di gas). Iniziative concrete che andrebbero, subito, attuate.
Occorre agire in fretta e con determinazione, altrimenti le immagini shock che tutti i media propongono (a tal proposito vi segnalo questo blog), con i monaci in tonaca arancione colpiti o messi in fuga dai militari in assetto di guerra, saranno presto archiviate e andranno, purtroppo, ad ingrossare il già vasto repertorio multimediale degli orrori del nostro tempo.
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5 commenti
E’ un gran peccato.
Ho degli amici che sfidando tutto sono sconfinati dentro dalla Thainlandia.
Han detto che è un paese da sogno tenuto in una condizione medioevale.
Purtroppo sarà sacrificato, anche stavolta, per gli interessi dei grandi della terra.
speriamo di no. speriamo…
Che differenza tra questi monaci che marciano per la libertà e la democrazia, e i nostri prelati, che al massimo ci marciano…
ciao
gianfalco
e invece avevo PURTROPPO ragione.
Sparano caro Biagio!
La ragione LORO se la prendono così, e Cina, India ma anche USA e UE stanno a guardare.
Che orrore!
E’ una cosa vergognosa che in quest’epoca si debba vedere delle scene come queste. Un capo di governo che decide di reprimere nel sangue le proteste del suo popolo inerme non merita di governare e come tale andrebbe destituito subito anche con la forza. Se questa volta l’Onu non scende in campo può anche chiudere baracca e burattini perchè non vedo più l’utilità della sua esistenza