Leggo da Mizzima News che anche oggi alcune migliaia di persone hanno manifestato nella capitale della Birmania («About 2,000 protestors are now marching on the Merchant Street in the heart of Rangoon and are shouting slogans of “Peoples’ desires must be fulfiledl“» ), rompendo così lo stato d’assedio imposto dai soldati, che hanno di nuovo caricato, arrestando, picchiando ferocemente i dimostranti («As security forces continue to beat and crackdown, protestors flee shouting slogans and again gather in different places» ), e sparando ancora sulla folla. Non è chiaro quanti siano i feriti.
Intanto nelle carceri in cui sono detenuti, circa trenta monaci buddisti hanno iniziato uno sciopero della fame («Over 30 monks being detained in Bamaw prison have started a hunger strike» ).
Purtroppo, al di là delle speculazioni su possibili dissidi all’interno della giunta militare, pare stia prevalendo la repressione del regime. Decine di morti sono stati lasciati sulle strade a scopo intimidatorio; Yangon e Mandalay (le due principali città ) sono state militarizzate mentre i monasteri sono stati blindati. Da ore non giungono più nuove immagini significative: il regime è riuscito nell’impresa di zittire le voci della protesta.
L’impressione che si ha, purtroppo, è che la crisi stia per essere, completamente, sedata: nel silenzio assoluto il regime potrà agire indisturbato contro i dissidenti e metter in atto la sua dura repressione contro il movimento democratico.
Sul piano politico ci sarà da riflettere - e tanto - sull’impotenza dei governi occidentali. Stati Uniti ed Europa si sono, paradossalmente, impegnati come non mai a favore dei monaci e dei civili birmani eppure non sono riusciti ad ottenere, in concreto, assolutamente nulla. Una dimostrazione di inaudita impotenza (quasi ridicola, oserei definirla): Usa e Ue, anche uniti non sono in grado di fermare una brutale repressione di una dittatura ceca e vigliacca che spara contro il suo popolo disarmato. Vergognoso e assurdo. Oltre che inaudito.
Va da pensare che sia stato un errore affidarsi alla mediazione della Cina (che, paradossalmente, è uscita da questa crisi come la potenza egemone asiatica): il governo cinese non ha alcuna intenzione di agire in favore della democratizzazione del paese e, al più, spingerà per un rimpasto al vertice, cambiando qualche generale. Una semplice operazione di facciata.
L’inviato dell’Onu, Rangoon, arriva in Birmania, a mio avviso, fuori tempo massimo, a giochi oramai già fatti e la sua missione - speriamo di sbagliare - rischia di essere l’ennesimo atto di legittimazione della Giunta militare birmana. Che tristezza.
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