Mentre i monaci buddhisti stanno a pigliarsi randellate e pallottole da un bel po’ di giorni, arrivano, finalmente, le parole confortanti di Benedetto XVI che, con estrema prudenza, ha rotto il silenzio sulla Birmania. «Seguo con grande trepidazione - ha detto ieri il pontefice dopo la preghiera dell’Angelus - i gravissimi eventi di questi giorni in Myanmar e desidero esprimere la mia spirituale vicinanza a quella cara popolazione nel momento della dolorosa prova che sta attraversando». Le (tardive) parole del Pontefice arrivano - è il Corriere a darcene notizia - dopo pressanti richieste internazionali e, soprattutto, dopo che in Vaticano era stato consegnato un messaggio dell’ex premier (oggi esule) Sein Win e del segretario dell’Ncub (il Consiglio Nazionale dell’Unione Birmana) Maung Maung. «Mentre assicuro - ha detto il Papa - la mia solidale ed intensa preghiera e invito la Chiesa intera a fare altrettanto, auspico vivamente che venga trovata una soluzione pacifica, per il bene del Paese». Si tratta certamente - non vogliamo affatto negarlo - di un messaggio di solidarietà (un’intensa preghiera, suvvia, non la si nega a nessuno) anche se fumoso e nient’affatto deciso (a dir poco vigliacco) soprattutto se lo si legge con in testa le dichiarazioni fatte qualche giorno fa a Radio Vaticana da mons. Charles Maung Bo, arcivescovo di Yangon e segretario generale della Conferenza episcopale della Birmania. L’alto prelato, ai santi microfoni dell’emittente vaticana, così s’esprimeva: «La Chiesa nel Myanmar sta pregando per la pace e per lo sviluppo del Paese. [...] Specialmente in questo difficile momento tutti i cattolici sono impegnati nella preghiera e nell’offerta di Messe speciali. In linea con il Codice di Diritto Canonico e la Dottrina Sociale della Chiesa, i sacerdoti e i religiosi non sono coinvolti nelle attuali proteste e non fanno parte di alcun partito politico».
Pare evidente, a questo punto, che le preghiere e le “Messe speciali” vengano spese affinché tutto ritorni come prima: i soldati nelle loro caserme e i bonzi nei loro monasteri.
Ma non è tutto (purtroppo). Il punto in cui Sua Eccellenza (mi riferisco a mons. Maung Bo) mostra che un alto prelato, a tutte le latitudini e longitudini, è sempre una chiavica d’uomo è quando dice: «I cattolici, come cittadini, sono liberi di agire secondo coscienza. I sacerdoti e i religiosi possono offrire linee guida appropriate». E quali sarebbero queste linee guida? Manco il coraggio di illustrarle pubblicamente. Quello che invece è stato imposto ai sacerdoti birmani, con decisione, è di non partecipare alle manifestazioni di piazza e alle attività politiche in atto nelle piazze. «Ai fedeli riuniti oggi nelle chiese cattoliche di Rangoon - si legge nell’agenzia Ap - è stato letto un bollettino in cui si invitano preti, sacerdoti e suore a non farsi coinvolgere nelle proteste».
«È noto - scriveva Papa Paolo VI in La società democratica. Lettera “Les prochaines assises” - che la Chiesa non preferisce e non respinge nessuna forma di governo»: con i dittatori preferisce farci i concordati. Le randellate e le pallottole le lascia ai bonzi…
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2 commenti
Ma che schifo !
@S.B.: pure Pannella, a quanto pare, la pensa esattamente come te…