Le flebili voci che arrivano dalla Birmania ci raccontano di centinaia di morti e di migliaia di arresti. Il silenzio e l’oscurità, in cui il regime ha saputo avvolgere la Birmania dopo le manifestazioni di protesta dei monaci e dei civili, hanno favorito la dura repressione: deportazioni di massa, gulag, monaci spariti nel nulla. Molto probabilmente il feroce atto repressivo attuato dalla Giunta contro la National League for Democracy farà si che il movimento democratico non sarà in grado di nuocere ai Generali per parecchi anni a venire.
L’unica speranza che è, per ora, rimasta in piedi è quella che la Cina stia tirando le fila di un avvicendamento nella giunta: il generale più “moderato”, il numero due del regime, Maung Aye (che ha incontrato anche la leader democratica Aung San Suu Kyi) dovrebbe succedere all’odiato Than Shwe, ormai inviso alla comunità internazionale. Ad un anno dalla vetrina dei giochi olimpici, Pechino non può presentarsi al mondo come protettore di macellai sicché la carta del generale moderato da sostituire a Shwe potrebbe – in termini d’immagine – tornare molto utile. Il tanto agognato avvicendamento (che molti danno per certo visto che la famiglia del generale ha lasciato già il paese), però, contribuirebbe a tenere in piedi il regime militare il che sarebbe un segnale catastrofico per i sogni di democrazia di quel popolo: uno sfregio alla memoria dei morti che questa rivoluzione non violenta ha prodotto. Nulla – nella sostanza – cambierebbe per il popolo birmano; molto invece significherebbe per l’Occidente che, impotente, si accontenterebbe di un risultato posticcio, di una soluzione di comodo pur di non mostrare tutta la sua fragilità. Magari rivendicando, o illudendosi, di aver risolto la crisi e di aver riportato la calma nel paese. Una calma col volto della morte…
Birmania, rivolta, Maung Aye, Than Shwe, Cina, Europa, Aung San Suu Kyi
Premetto che, tranne per la
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