Mentre gli echi della crisi in birmania scivolano, inesorabilmente, verso il taglio basso dei quotidiani (quando tutto va bene), le immagini dei monaci in corteo con le loro scodelle per la questua capovolte continuano a sollecitare gli strati profondi, e in vario modo intorpiditi, della coscienza occidentale. A piedi nudi, sotto la pioggia battente avanzavano inesorabilmente, per le strade di Yangon, a testa alta, avvolti nelle loro tonache di color zafferano, migliaia di religiosi appartenenti ad un sistema monastico antico e rigoroso mossi dall’unico desiderio di vedere realizzato il sogno di democrazia per il loro paese. E nella loro marcia non violenta - lenta e inarrestabile (almeno nella loro volontà ) - s’accompagnavano uniti con un canto - non con grida - di “democrazia, democrazia”.
Religione e democrazia appaiono, agli occhi di un ateo, un binomio non troppo scontato. Nel nome di dio si sono combattute, nel corso dei secoli, guerre, si sono vissute ingiustizie, viste atrocità di ogni tipo. A vedere però quei monaci birmani inermi e disarmati sfidare le forze di sicurezza di uno dei regimi più oppressivi del mondo, schierati in assetto di guerra, è difficile non riconoscere alla fede - anche chi, come me, si ritiene non appartenente a nessun credo religioso - alcuni meriti. Si, è vero che in quelle strade, ad animare quei cortei non c’erano solo religiosi: ai monaci e alle monache si sono uniti, presto, anche civili, studenti, tutti desiderosi di porre fine all’ingiustizia oppressiva di quel regime. Ma il primo passo, quello decisivo, è stato fatto dai monaci e dalle religiose che, con l’autorità morale della loro fede, sono riusciti a catalizzare l’attenzione necessaria per convincere gli altri a manifestare. C’è chi, ostinatamente, sostiene che nella declinazione sudasiatica il buddismo è, più che una religione, un complesso di norme etiche, nozioni filosofiche e tecniche di sviluppo mentale. Ma, con argomenti circostanziati, sarebbe possibile mostrare che quest’affermazione non è del tutto vera. Qualche giorno fa, Ian Buruma - professore al Bard College di New York e opinionista di “Time” - a tal proposito, in un interessantissimo articolo - apparso tradotto anche su la Repubblica - ha scritto: «It has been a religion in different parts of Asia
for many centuries, and can be used to justify violent acts as much as any other belief. For evidence, one need only look at Sri Lanka, where Buddhism is lashed onto ethnic chauvinism in the civil war between Buddhist Singhalese and Hindu Tamils». Nondimeno il confronto del buddismo con la democrazia pare essere un’esperienza piuttosto recente anche se - ed è bene dirlo - c’è sempre stata una relativa indifferenza del buddismo nei riguardi della struttura politica delle società nelle quali si trova ad operare: è come se ci fosse nel corredo cromosomico di questo credo una certa predisposizione a simpatizzare per le soluzioni democratiche (il fine ultimo del loro agire è, infatti, la liberazione dell’illusione cosmica, l’esercizio della karuna; assumere, in pratica, le difese del prossimo in sofferenza). Il che, però, in generale può essere non sempre vero per tutte le religioni, nel senso che - e ricito Buruma - «in un mondo di oppressione politica e di corruzione morale, i valori religiosi offrono un universo morale alternativo. Tale alternativa non è necessariamente più democratica, ma lo può essere».
Nell’universo buddista, inoltre, la libertà d’indagine è, oserei dire, un modo d’essere consolidato che mal tollera coercizioni di alcuna natura. Nel caso birmano, poi, tutti questi fondamenti che ho citato trovano un fattore di amplificazione ancora più evidente perché esiste una profonda simbiosi tra realtà monastica e società civile. Per effetto di una singolare “coscrizione spirituale” quasi ogni maschio birmano ha all’attivo una breve esperienza di vita monastica; e d’altra parte la condizione monastica non è perenne, sicché il monaco di oggi è il potenziale laico di domani (e viceversa). Questo continuo flusso biunivoco fa si che, inevitabilmente, ogni monaco ha, veramente, il polso della situazione sociale: i laici dipendono dai monaci perché chiedono a loro continuamente consigli (di qualsiasi genere) e i monaci dipendono dai laici perché ricevono cibo e generi per il loro sostentamento. Quest’operazione di osmosi fa si che ci sia un’influenza capillare estremamente marcata: i monaci, in virtù di un’autorità guadagnata sul campo con la pratica di una condotta austera e di una stretta osservanza dei rigidi precetti, influenzano notevolmente il sentire comune della popolazione. Sensibilità ed esemplarità: merce rara tra noi. Forse è per questo che alle nostre latitudini il mantra dei monaci, quel “democrazia, democrazia” recitato a testa alta, ci desta tanta sorpresa.
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