La prima cosa che ho fatto – devo ammetterlo – è stato, letto il titolo, controllare la firma dell’articolista. M’aspettavo di trovarvi l’elefantino rosso. In realtà le mia attese sono state deluse. Non solo non c’era il logotipo che identifica i corsivi di Ferrara. L’articolo era anonimo. Il titolo però è tutto un programma: Il diritto di mangiare e bere. Sta a vedere, avevo pensato, che hanno costretto Giuliano ad una dieta ferrea e lui, adesso, rivendica il suo diritto – sacro e santo – de magna’ e de bere. No. Tutt’altro. L’articolo tratta del triste caso di Eluana Englaro. Scrive l’anonimo scribacchino: «Nessuno,infatti, può definire accanimento terapeutico l’alimentazione con il sondino che la tiene in vita, ed è valido il decreto con il quale la Corte d’appello di Milano, nel dicembre del 2006, aveva stabilito il diritto di Eluana a non essere lasciata morire». E poi, più giù, continua: «è [...] il padre, Giuseppe, a reclamare da molti anni il “diritto a morire” della ragazza, appellandosi a una lontana ed estemporanea dichiarazione di volontà che Eluana avrebbe fatto quando era ancora perfettamente sana». Il padre, semplicemente, cura la volontà testamentaria ma per l’ignoto giornalista il diritto che il padre rivendica è un diritto fasullo, un diritto per modo di dire, un diritto da mettere tra virgolette e comunque diverso da quello, stabilito per decreto, della Corte d’appello di Milano nella persona del procuratore generale Giacomo Caliendo. Un diritto sancito dalla Corte che è, a tutti gli effetti, un dovere: Eluana deve vivere in quelle condizioni, anche se non avrebbe voluto. «Negare il nutrimento – si legge nel trafiletto – a un essere che morirebbe semplicemente per la mancanza di quel nutrimento ha un solo nome, ed è omicidio». No, non è omicidio. Si tratta, eventualmente, di suicidio assistito, visto che – come Giovanni Paolo II – Eluana non avrebbe voluto vivere con un sondino nello stomaco. «Eluana respira da sola, il suo metabolismo funziona, dorme» certamente; però non può dire “Lasciatemi andare alla casa del Padre” e quindi, tristemente, dobbiamo constatare che nessuno sarà in grado di raccogliere la sua muta volontà: non ci saranno né medici né suore al suo capezzale ad ascoltarla, ad obbedire alle sue richieste fatte – anche se, su questo punto, l’articolista ignoto avanza delle subdole illazioni – «quando era ancora perfettamente sana» (quasi come se la condizione di essere «perfettamente sana» inficiasse, in qualche modo, la volontà della ragazza: chi è sano, pare di capire, non può stabilire come terminare, dignitosamente, la sua esistenza terrena).
Un articolo ispirato (da una delle ultime pastorali della Cei), non c’è che dire. A tanta bassezza Il Foglio non era forse ancora mai giunto. Fortuna per l’articolista che non c’è il suo nome in calce al trafiletto altrimenti l’epiteto di stronzo se lo sarebbe beccato anche lui (citato per nome e cognome). Non solo il suo articolo.
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