la riforma elettorale e il referendum…

veltroni.jpgLa riforma elettorale - uno degli argomenti meno seducenti del dibattito politico - rischia di essere l’(ennesimo) argomento esplosivo per questa maggioranza governativa. Mentre ci si avvia, infatti, verso il referendum Guzzetta-Segni (previsto per la primavera del prossimo anno) molti autorevoli commentatori politici prevedono una serie di colpi di scena di sicuro impatto: una serie di contraccolpi che eserciteranno, inevitabilmente, effetti inesorabili - e forse devastanti - su di un sistema governativo per sua stessa natura fragile e instabile.
Le due fazioni in campo (quelli del «modello tedesco» da un lato e i sostenitori del «bipolarismo maggioritario» dall’altro) si fronteggiano - questo è certo - in una strana partita - e anche questo è certo - che si svolge nella piena indifferenza dell’opinione pubblica. L’ultimo affondo in questo poco appassionante gioco pare l’abbia dato il candidato alla guida del Pd, Walter Veltroni, che ad un’iniziativa romana sulle riforme si è schierato palesemente contro il sistema tedesco. Veltroni, infatti, ha ufficialmente escluso dal novero delle riforme possibili (e auspicabili) proprio il sistema tedesco facendo esultare Arturo Parisi che, però, si aspettava un più esplicito appoggio al referendum. La presa di posizione del sindaco di Roma ha aperto una vera e propria falla nell’ancora nato Partito democratico i cui principali sostenitori ai vertici di Ds e Margherita - da Francesco Rutelli a Piero Fassino, da Massimo D’Alema a Franco Marini - sono impegnati nella ricerca di un accordo con una parte del centrodestra (Udc e Lega) proprio su quel modello. Insomma, con buona pace di tutti, pare che ci siano buone probabilità che il Parlamento non cavi un ragno dal buco e che si riveli impotente davanti alla deriva referendaria. Del resto, visto il clima rovente che si respira in questi giorni di diffidenza popolare (non affatto propizia a operazioni di ingegneria elettorale), è difficile proporre oggi un particolare sistema (proporzionale con sbarramento, niente premio di maggioranza, sfiducia costruttiva) che, inevitabilmente, verrebbe presentato da molti - tutti quelli che l’osteggiano - come una vittoria dei partiti e delle loro logiche di potere. Per cui, molto probabilmente, sarà il referendum a togliere le castagne dal fuoco.
Senza sistema tedesco, però, tramontano i sogni di chi rifiuta i limiti del nostro bipolarismo: l’Udc di Casini verrà risucchiata di nuovo da Berlusconi, Pezzotta non potrà più aspirare al suo centro e Mastella avrà, veramente, di che inquietarsi. Sta di fatto, però, che il Partito democratico «a vocazione maggioritaria» è sospinto dalla forza delle cose verso il referendum. Vero è che il modello tedesco sarebbe più funzionale per definire nuove alleanze al centro (il che, con molta probabilità, fornirebbe al Paese quel centro-sinistra tanto equilibrato e coeso che fin qui è mancato) ma, purtroppo, i voti parlamentari per appoggiare una tale scelta non esistono.
Il referendum, quindi, a conti fatti, pare essere la migliore via percorribile sia per non sporcarsi direttamente le mani con una scelta che potrebbe apparire impopolare, sia per blandire l’opinione pubblica: il classico uovo di Colombo, insomma. É certo che in caso di vittoria ne uscirebbe un sistema non solo bipolare, ma anche - in un certo senso - bipartitico. E si capisce che in tanti, nei due schieramenti contrapposti, guardino con interessato favore una tale eventualità.

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