Il prefetto di Treviso, Vittorio Capocelli, ha stabilito (appellandosi ad una circolare del 2004) che «se per motivi religiosi una persona indossa il burqa, lo può fare, basta che si sottoponga all’identificazione e alla rimozione del velo». Magdi Allam dalle colonne del Corriere della Sera avverte che se «dovesse accreditarsi come riferimento giuridico e amministrativo a livello nazionale, prossimamente le donne islamiche completamente velate potrebbero frequentare le scuole, essere assunte nei luoghi di lavoro e circolare liberamente ovunque in Italia». Inoltre - è sempre Magdi Allam a farcelo osservare - la disposizione del prefetto pare non vada molto d’accordo con una legge (la 152 del 1975) per cui nessuno può girare in luoghi pubblici a volto coperto, se non per giustificati motivi, che si tratti di un casco o di qualsiasi altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona. Mi pare evidente il netto contrasto tra la legge 152/75 e la circolare del 2004, così com’è evidente il fatto che qualora questo contrasto emerga, la legge dovrebbe (almeno spero) prevalere sulla circolare.
Sulla questione si è innestata - com’è oramai prassi, direi - la solita polemica intestina alla maggioranza che quasi quasi provocava un’altra (l’ennesima) crisi intergovernativa. Rosy Bindi – d’accordo fin dal primo giorno con il prefetto – viene criticata aspramente oltre che dall’opposizione e dalle rappresentanti delle donne arabe anche dalla collega Pollastrini (titolare delle Pari opportunità
: le solite beghe, insomma. «Se indossare il burqa - ha dichiarato la Bindi - è una libera scelta fatta dalla donna che crede nella sua religione, io sono d’accordo». Peccato però che in parecchi ribadiscano che il burqa è oggetto sommamente politico, e che di religioso abbia ben poco.
A prescindere, ad ogni buon conto, dalla presunta volontà di chi lo indossa, il burqa è un simbolo di segregazione, un modello antropologico di sottomissione della donna e, come tale, un’offesa alla sua dignità. Per la presidente delle donne marocchine in Italia, Souad Sbai, il burqa, infatti, è, semplicemente, l’«espressione di un pensiero talebano» oltre che ad essere incompatibile con i diritti fondamentali e l’uguaglianza dei sessi garantiti da tutte le costituzioni democratiche. A mio avviso consentire l’uso, seppure in clandestinità o nel privato, del velo integrale significherebbe, de facto, legittimare l’impianto della sharia e rendere, cosa ancor più grave, inefficace qualsiasi azione di tutela ai diritti delle donne islamiche che il velo integrale, invece, lo vivono come una condizione di sottomissione familiare e che perciò non vogliono indossarlo. Staremo a vedere come, nei prossimi giorni, s’evolvera (se evolverà ) la vicenda che, sullo sfondo (ma in modo non affatto marginale) oltre a riportare a galla problemi d’integrazione reali mostra le contraddizioni derivanti da un sistema imperfetto di competenze territoriali (un’ordinanza di un prefetto può cancellare quella di un sindaco?) e d’ignoranza (può un prefetto, con una sua circolare, contraddire una legge dello Stato?) su cui sarebbe bene interrogarsi e riflettere con serietà.
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2 commenti
Non è semplice.Molte donne islamiche rivendicano il diritto di portare il velo addirittura come tratto irrinunziabile della propria identità.Ad altre viene effettivamente imposto dalla famiglia o chi per essa, altre ancora vi hanno rinunciato senza problemi.Tengo a sottolineare che questo problema del velo si è posto solo di recente,dagli anni sessanta in poi, le immigrate musulmane negli Stati Uniti o in Europa, vi rinunziavano senza problemi,tant’è che oggi non è difficile vedere madri vestite all’europea e figlie col velo.E’ evidente che una comunita aggredita da campagne diffamatorie a suon di scontri di civiltà, reagisca recuperando le proprie tradizioni.Non è un caso che questi problemi vengano sollevati a Treviso e non a Frosinone.Il velo è secondo me un’orribile simbolo di costrizione di segno patriarcale e più ancora….ma.. resto perplessa di fronte al nostro occidentale empito di liberazione delle donne musulmane.Ne’ mi soccorre l’abituale “sentire le donne”,poichè in alcuni di questi casi è davvero difficile indagarne le volontà.La circolare di cui trattasi non confligge con la legge Reale, proprio per quella deroga dei “giustificati motivi” che ha consentito già un paio di sentenze assolutorie.(di cui una a Treviso..) Credo però più realistica una strada che consenta ad ogni comunità di trovare il proprio modo di coesistere sulla scorta dei principi del nostro Ordinamento, piuttosto che a soluzioni legislative apposite che invariabilmente finiscono per tagliare i problemi con l’accetta.
Chiedo scusa l’orribile simbolo di costrizione è talmente orribile che ci è scappato un accento di troppo e quindi un errore di ortografia.