il Tibet come la Birmania…

tibet.jpg«La polizia cinese - leggo sul cattolico AsiaNews - ha bloccato con la violenza una manifestazione di monaci buddisti tibetani, che festeggiavano il conferimento della medaglia d’oro del Congresso statunitense al Dalai Lama».
Lo schema, in sostanza, è analogo a quello attuato in Birmania dalla ferocissima Giunta Militare soltanto poche settimane fa. Questa volta lo scenario però non è Rangoon, bensì Lhasa - capoluogo della provincia autonoma del Tibet - che viene tenuta sotto stretta sorveglianza («Lhasa - leggo su Cindia - è un bordello a cielo aperto, i cinesi arrivano a migliaia e occupano tutti i posti di lavoro, i giovani tibetani vegetano e si danno all’alcolismo, i monaci sono perseguitati e controllati, ogni voce di dissenso messa a tacere con la repressione» ), da più di cinquant’anni, dal governo di Pechino. Mentre Hu Jintao incassava il suo incondizionato appoggio nel XVII Congresso del Partito comunista cinese e teorizzava sull’«armonia sociale», le autorità cinesi hanno dato il via alla repressione contro l’unico potere che può, veramente, dar fastidio al regime: quello religioso. «Gli scontri - leggo sempre da AsiaNews - si sono verificati presso i monasteri di Drepung e Nechung, che sono stati isolati per tenere all’interno e lontano dal pubblico le migliaia di monaci che vivono nella città. Gli agenti hanno iniziato la repressione quando hanno notato che i religiosi tingevano di bianco le pareti degli edifici, un rituale per esprimere “gioia e purificazione”». E, ancora una volta, le autorità Cinesi - secondo uno schema già più volte tristemente applicato - con la stessa prontezza con cui hanno arrestato i monaci si sono subito attivati per bloccare ogni qualsivoglia via di contatto con e dal Tibet, su tutte Internet: pare che l’ultimo collegamento risalga al 17 ottobre, giorno del conferimento della Medaglia d’Oro al Dalai Lama. E dire che - paradossalmente - in Pechino s’erano riposte le speranze per sedare la repressione birmana ad opera del sanguinoso regime militare. Sic!
Il Tibet per Pechino resta una delle “questioni interne” (su cui, secondo i dirigenti del Pcc, non è il caso di dire alcunché per evitare «un’indecente ingerenza negli affari interni cinesi» ) che andranno risolte dopo (e sottolineo dopo) il 2008. A Olimpiadi concluse. Ovviamente.

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