In seguito ad alcuni tafferugli scoppiati al suo interno, l’università della Sorbonne rimarrà chiusa fino a lunedì. I facinorosi volevano raggiungere le aule dove c’erano alcuni manifestanti che protestavano contro le riforme (l’autonomia ammistrativa degli atenei e l’abolizione dei regimi pensionistici speciali) volute dal presidente Sarkozy. «Questi studenti - precisa la nota del rettore - fanno ogni giorno uso della forza, e questa mattina hanno fatto ricorso alla violenza fisica contro coloro che volevano seguire i loro corsi». Ecco un esempio di come le frange estremistiche e ideologizzate degli studenti si battono per il famigerato “diritto” allo studio.
Intanto, mentre alcuni studenti facevano chiudere la Sorbona, i sindacati francesi hanno deciso di far cessare la protesta contro l’abolizione dei regimi pensionistici speciali (anche perché, a quanto pare, la protesta stava esaurendosi autonomamente): le cifre della partecipazione agli scioperi stavano diventando imbarazzanti.
E’ stato ad ogni modo aperto un tavolo negoziale tra governo, sindacati e imprese, ma gli obiettivi della riforma non si toccano. Con le riforme, in Francia, non si scherza: il governo di François Fillon non ha mai traballato, non ci sono state sbavature nella linea di Sarkozy, la squadra è rimasta compatta. «Ho assunto - ha dichiarato il presidente Sarkozy - degli impegni, intendo assolverli. La riforma non poteva più essere differita. Questa riforma si farà perché è equa e perché è necessaria». Sarkozy è stato abile a dimostrare fermezza, a non dare l’idea di cedimento, e a non usare toni trionfalistici, per non fare il gioco di una protesta che da sola non è riuscita a raccogliere la solidarietà dell’opinione pubblica. La strategia vincente è stata quella di provare a parlare, direttamente, ai francesi. Ora partirà per la Cina, ma al suo ritorno ha già annunciato che darà una risposta “all’angoscia” dei francesi per la diminuzione del potere d’acquisto, l’occupazione, la crescita e annunciando l’azione di governo per i prossimi mesi.
Lo ha notato, giustamente, Nicola Porro su il Giornale: la linea dura è vincente, soprattutto se gli obiettivi politici sono chiari. In tal modo il governo «non appare arrogante e sindacati e massimalisti vengono spinti verso forme di protesta più radicali che fanno loro perdere ogni minimo consenso da parte dell’opinione pubblica».
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