«L’unica vera novità della storia è Cristo», sono state queste le prime parole pronunciate ieri dal Sommo Pontefice all’Angelus. La storia, stando a quello che sostiene Benedetto XVI, sarebbe scivolata via – e continuerebbe a farlo – senza (vere) novità, ché quelle della scienza sono verità (quando possono essere considerate tali) fallaci (se non mendaci) : «La scienza – ha infatti precisato il Pontefice – contribuisce molto al bene dell’umanità ma non è in grado di redimerla. L’uomo viene redento dall’amore, che rende buona e bella la vita personale e sociale. Per questo la grande speranza, quella piena e definitiva, è garantita da Dio».
Mi è parso di capire – del resto è lo stesso pontefice che ce lo suggerisce – che sia proprio questa la chiave di lettura della sua ultima enciclica. Scrive infatti, a tal riguardo, Benedetto XVI: «Non è la scienza che redime l’uomo. L’uomo viene redento mediante l’amore. Ciò vale già nell’ambito puramente intramondano”; ma questo è “un amore che resta fragile, può essere distrutto dalla morte”, che nessun progresso scientifico potrà mai sconfiggere; ecco perché “l’essere umano ha bisogno dell’amore incondizionato. […] Se esiste questo amore assoluto con la sua certezza assoluta, allora – soltanto allora – l’uomo è “redento”, qualunque cosa gli accada nel caso particolare. » (Spe salvi, § 26).
Personalmente trovo difficile capire dov’è che la scienza e la tecnica promettano redenzione: mai nessuno dei miei professori ha mai promesso di salvarmi l’anima. La scienza e la tecnica, tutt’al più promettono (e lo fanno con qualche cosa che però non è mai perfetta ma sempre perfettibile) di migliorare le condizioni umane e, in tutta onestà, pare che siano state promesse in buona parte mantenute (se si guardano le condizioni di partenza). Il fatto è che il pensiero scientifico emancipa, per quanto possibile, l’uomo e lo svincola dalla paura – almeno fino a che non ne produce altre – e dall’ignoranza nelle quali, invece, hanno supremazia le credenze e le superstizioni; senza promettere alcuna redenzione, ma prefiggendosi lo scopo di alleviare le sofferenze della vita terrena, il progresso in un certo senso svaluta un pochino il miraggio dell’aldilà che nei secoli bui (quelli in cui gli scienziati venivano, se tutto andava bene, costretti ad abiurare alle loro idee o arsi nelle piazze) era la promessa dell’unica perfezione ottenibile, tra l’altro, con l’obbedienza e il rispetto (se non la sottomissione) a chi incensava e si teneva ben strette le chiavi delle porte del Paradiso e dell’Inferno, perfette misure (per chi ci credeva e per chi continua a farlo) dell’eterna giustizia (quella perfetta, intendo). Non a caso il pontefice scrive: «Io sono convinto che la questione della giustizia costituisce l’argomento essenziale, in ogni caso l’argomento più forte, in favore della fede nella vita eterna. Il bisogno soltanto individuale di un appagamento che in questa vita ci è negato, dell’immortalità dell’amore che attendiamo, è certamente un motivo importante per credere che l’uomo sia fatto per l’eternità; ma solo in collegamento con l’impossibilità che l’ingiustizia della storia sia l’ultima parola, diviene pienamente convincente la necessità del ritorno di Cristo e della nuova vita» (ibidem, § 43).
Pare evidente che Benedetto XVI rispolveri, come controfferta a chi, in qualche modo, è suo diretto concorrente sia il concetto della giustizia perfetta (che nessuna comunità umana degna di tale nome può permettersi di offrire) che quello della redenzione (che nessuna scienza si permette di promettere).
Servitevi quindi, per quanto è possibile, dei vaccini, delle macchine e dell’imperfetta legge di quaggiù ma sappiate che tutto questo è roba da poco, merce scadente se confrontata a quella che vi promette Benedetto XVI. Inginocchiatevi dinnanzi a lui e abbiate fede ché altrimenti, dopo la caritas e la spes, lo costringete a scrivere un’altra enciclica per darvi qualche altro ragguaglio sull’altra delle virtù teologiche: la fides, appunto.
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