dieci anni fa…

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Era il 13 gennaio del 1998 quando Alfredo Ormando, uno scrittore omosessuale siciliano, si diede fuoco in piazza San Pietro. Arrivò in treno a Roma da Palermo. Appoggio il suo cappotto sulle transenne. Si cosparse di benzina. S’inginocchiò e rivolto al presepio che ancora era in mezzo alla piazza, si diede fuoco. La sua agonia durò dieci lunghissimi giorni. Alcuni allora sostennero che nelle tasche del cappotto ci fossero delle lettere indirizzate all’allora pontefice, Giovanni Paolo II, e al Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, l’allora cardinal Joseph Ratzinger – lettere che, sarebbe superfluo precisarlo, non furono mai rese pubbliche.
Ormando era stato seminarista, ma il suo essere gay non seppe esser discreto: lasciò il seminario («viveva in modo travagliato – riporto quanto scritto qui – il suo rapporto fra fede e religione e mal sopportava i pronunciamenti ufficiali della chiesa in tema di diritti civili» ) e la famiglia riuscì a completare l’infame opera. Prima di partire per Roma, scrisse una lettera ad un amico in cui denunciava la sua emarginazione: «Vivo con la consapevolezza di chi sta per lasciare la vita terrena, e ciò non mi fa orrore, anzi!, non vedo l’ora di porre fine ai miei giorni. Penseranno che sia un pazzo perché ho deciso piazza San Pietro per darmi fuoco, mentre potevo farlo anche a Palermo. Spero che capiranno il messaggio che voglio dare: è una forma di protesta contro la Chiesa che demonizza l’omosessualità, demonizzando nel contempo la natura, perché l’omosessualità è sua figlia». Fatale per lui fu la famosa Lettera sulla cura pastorale delle persone omosessuali, nella quale il futuro Benedetto XVI scriveva che «una persona che si comporta in modo omosessuale agisce immoralmente».
Padre Ciro Benedettini, vicedirettore della Sala Stampa della Santa Sede, in quel lontano gennaio di dieci anni fa, si limitò a diffondere la seguente nota: «Nella lettera trovata addosso a Ormando non si afferma in nessun modo che il suo gesto sia determinato dalla sua presunta omosessualità o da protesta contro la Chiesa. Le cause vanno ricercate in non meglio precisati motivi familiari». A chi seppe delle lettere lasciate nelle tasche del cappotto e ne chiese il contenuto, il portavoce vaticano rispose che gli scritti di Ormando erano stati sequestrati dalla polizia, «ma pare proprio che la causa del gesto sia stata provocata da problemi familiari».
Si, proprio da problemi familiari…

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4 commenti

  1. gibo
    Pubblicato 13 Gennaio 2008 alle 15:02 | Permalink

    Una cosa non mi è chiara. Anche la bisessualità, la transessualità e la pedofilia sono figlie della natura o solo l’eterosessualità? vorrei leggere qualcosa in proposito, grazie.

  2. Pubblicato 14 Gennaio 2008 alle 05:46 | Permalink

    vorrei leggere qualcosa in proposito, grazie.

    Chiariamoci subito: questo è un blog non è un jukebox.
    La sua domanda, cara la mia gibo, è capziosa. Con quel “e la pedofilia” lei vorrebbe introdurre il parallelismo – tanto caro a molti servi papalini – tra omosessualità e pedofilia: serve quando si tratta di discriminare gli omosessuali laici, e serve quando si tratta di trovare attenuanti ai chierici pedofili. La pedofilia, come lei ben sa, non è questione di mero scandalo, vuoto di violenza e di vittima: ci sarebbe il dettagliuzzo della giustizia civile. Metto da parte quindi qul “e la pedofilia“, fingo che non sia stato scritto, e passo a rispondere al suo commento.
    C’è – lo accennavo prima – un elemento di notevole importanza dottrinaria che fa sentire la Chiesa nel diritto e nel dovere di interferire nell’autodeterminazione degli individui per ciò che attiene a scelte contrarie al magistero morale, anche quando queste scelte abbiano conseguenze che paiano unicamente limitate alla sfera personale (la bisessualità, la transessualità – spero ne converrà– sono scelte personali che non nuocciono a nessuno al pari, tanto per intenderci, d’indossare il tanto a voi caro cilicio): lo scandalo. Voi cattolici credenti siete ossessionati dallo scandalo al punto tale da chiedere a chi fa scandalo di appendersi una macina al collo e di gettarsi a mare («Chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da un asino e fosse gettato negli abissi del mare» Mat. 18,6 ). Lo scandalo – cito il Catechismo (2284-2287) – è una mancanza di «rispetto all’anima altrui»; «è l’atteggiamento o il comportamento che induce altri a compiere il male»; «attenta alla virtù e alla rettitudine»; «può trascinare il proprio fratello alla morte spirituale».
    Il mio peccato, per dirla in altri termini, non solo ha l’effetto di rendermi peccatore (il che, chiaramente, autorizzerebbe tutti noi a dire «cazzi miei!»), ma di indurre in tentazione il mio prossimo (e qui mi sento autorizzato a dire: «cazzi vostri!»): la Chiesa si sente nel diritto e nel dovere di criticarlo ché un tal lazzarone attenta alla salvezza delle anime del suo gregge.
    Posso peccare, è ovvio, ma il mio peccato non dev’essere assolutamente pubblico, non deve fare scandalo. Tanto meglio, dunque, se è la legge dello Stato a vietarmelo, o a scoraggiarmi dal praticarlo, o almeno a consigliarmi (con le buone o le cattive non fa differenza per la Chiesa) di tenerlo celato a tutti: il peggio del peggio, per la Chiesa, è quando la legge dello Stato mi consente di peccare e di esibire il mio peccato pubblicamente (leggasi aborto).
    È il caso (anche) dell’omosessualità: praticarla è peccato mortale (sesto comandamento), ma l’omosessuale che ne renda pubblica la pratica incorre nell’aggravante dello scandalo, e lo Stato gli si fa complice se non la discrimina rispetto alla pratica sessuale che la Chiesa considera “naturale”, dunque informata dal disegno divino.
    «Lo scandalo può essere provocato dalla legge o dalle istituzioni, dalla moda o dall’opinione pubblica»: questo fa sentire la Chiesa nel diritto e nel dovere di fare ingerenza non solo nel meccanismo legislativo di uno Stato laico, ma in ogni processo culturale che possa segnare uno scollamento dal profilo antropologico che accetta la Chiesa come mater et magistra. Se pubblico, il peccato chiama peccato, e questo è considerato inammissibile, perché mette in serio pericolo secoli e secoli di controllo pieno e assoluto della Chiesa sulle coscienze e sui corpi degli individui, con la minaccia che è la più pericolosa per un sistema antropologico che dichiara come fine “ut unum sint”: l’esempio vivente che per ogni scelta esistono opzioni diverse e ciascun individuo è chiamato a decidere, se vuole, liberamente e responsabilmente.

  3. gibo
    Pubblicato 14 Gennaio 2008 alle 17:39 | Permalink

    Erudito com’è speravo in una semplice bibliografia. Scusi se l’ho fatta arrabbiare. Ma non ci davamo del tu?
    Ho parlato di natura, riprendendo Ormando, non di Dio o Chiesa o di nuocere a qualcuno. L’autodeterminazione è libera scelta o natura? E’ questo che non mi è chiaro. Mi hai frainteso.
    Ho un amico omosessuale e una bisessuale, le posso assicurare che non mi scandalizzano e che voglio loro molto bene…Non ho amici pedofili…credo.
    Era solo per confrontarmi. Non c’entra il mio essere credente..davvero.
    Ps. è proprio in astio con il Papa e la Chiesa, li vede dappertutto…

  4. Pubblicato 14 Gennaio 2008 alle 21:16 | Permalink

    Lascia perdere il tono e il mio astio: tranquilla che non mi sono arrabbiato.

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