siamo seri…

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Diciamolo chiaramente: i 67 professori della Sapienza con la loro lettera – e ancor più il prof. Marcello Cini – hanno voluto semplicemente sottolineare come in un contesto come quello dell’inaugurazione dell’anno accademico (ieri sera anche un pacatissimo Odifreddi da Vespa metteva in risalto l’alto valore simbolico del rito dell’inaugurazione) non fosse il caso che parlasse il papa. Gli studenti hanno appoggiato la richiesta dei professori e contestato la scelta del (magnifico) rettore; scelta che – diciamolo francamente – è stata infelice e profondamente sbagliata. All’entourage del papa – lo stesso mons. Bertone l’ha detto a Repubblica – visto il ritorno d’immagine sgradevole che la cosa avrebbe provocato (ché un papa accolto con fischi e pernacchie, attorniato da bodyguard e quant’altro è cosa scandalosa da vedersi) è tornato comodo sfoggiare un incantevole caleidoscopio d’ipocrisia e vittimismo e rifiutare l’invito.
Cos’è che resterà di questa storia? Basta leggersi le dichiarazioni monocorde di tutti i nostri politici – e la stracitata massima attribuita a Voltaire – per capire che, a bocce ferme, resterà la sensazione che c’è stato un oltraggio grave quanto lo schiaffo di Anagni. Eppure l’oltraggio non c’è stato o comunque non è quello lì il vero scandalo. È l’Università italiana tutta che è in condizioni da schifo e che da anni necessiterebbe di una riforma seria e vera. Questo è il vero scandalo, li c’è la vergogna, l’oltraggio. I politici – e non solo loro – si scoprono tutti indignati perché si è contestato il sommo pontefice (ho detto e ripeto contestato ché nessuno – come i suoi vanno dicendo in giro – gli ha impedito di parlare) ma nessuno si sente (o si è sentito) offeso del fatto che ci sono università dove la magistratura ha constatato il mercimonio degli esami, università dove i professori sono tutti parenti, dove nessuno pubblica un cazzo, dove la ricerca viene condotta con enormi sacrifici (e senza alcun riconoscimento) e dove la maggior parte del lavoro sporco viene fatto dai dottorandi che percepiscono – se le percepiscono – cifre, quelle si, da schifo.
«La serietà – ebbe a scrivere Pier Paolo Pasolini – è la qualità di coloro che non ne hanno altre: è uno dei canoni di condotta, anzi, il primo canone, della piccola borghesia! Come ci si può vantare della propria serietà? Seri bisogna esserlo, non dirlo, e magari neanche sembrarlo!». Ecco, appunto: siamo seri.

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3 commenti

  1. Pubblicato 17 Gennaio 2008 alle 10:16 | Permalink

    Discorso colmo di spunti e dal quale emerge chiaramente la nostra situazione universiataria.
    Il Titanic a confronto, galleggiava meglio.

    La politica dovrebbe imparare a fare vera politica e non perdere tempo dietro a questi “picchi da audience” insignificanti e per nulla costruttivi.

  2. Pubblicato 17 Gennaio 2008 alle 13:06 | Permalink

    Se politici e giornalisti raccontassero le cose come stanno le loro notizie da sensazione cadrebbero nel giro di dieci parole.
    I veri problemi e le vere ragioni non vengono presi in considerazione altrimenti loro stessi ne dovrebbero render conto.
    Il teo-qualcosa è la moda politica del momento: a sinistra son contenti della Binetti, a destra si deve sentir sbraitare in difesa del papa pure la Lega.

  3. Pubblicato 17 Gennaio 2008 alle 13:26 | Permalink

    E poi diaciamola tutta. Stare nel coro monocorde e monocorrente dei “baciapile” è sempre meno rischioso.

    Io sono cattolico e credente ma amo il contradittorio, la diversità, la polemica e il poter dire al mio parroco, al mio vescovo e al mio Papa: “non sono daccordo con te”! Ovviamente QUANDO non lo sono!

    I notri politici amano appiattirsi sulle posizioni del Papa A PRESCINDERE. E’ meno rischioso.

    Parlare di riforma universitaria, di fallimento del nuovo ordinamento, ecc. è un rischio grosso. Si andrebbero a intaccare rendite di posizione, modelli cristallizzati.

    Quindi fare il “baciapile” è un classico comportamento dei politici dello stivale che non ha nessun riscontro simile nemmeno nei paesi dove la religione è DICHIARATAMENTE di Stato.

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