
«I nuovi problemi connessi, ad esempio, con il congelamento degli embrioni umani, con la riduzione embrionale, con la diagnosi pre-impiantatoria, con le ricerche sulle cellule staminali embrionali e con i tentativi di clonazione umana, mostrano chiaramente come, con la fecondazione artificiale extra-corporea, sia stata infranta la barriera posta a tutela della dignità umana». Così Benedetto XVI prepara il Magistero a sferrare un attacco a tutto campo contro le tecniche riproduttive assistite e contro i tentativi di clonazione: unico campo di battaglia sul quale giocare per intera la posta contro il solito secolarismo. Il tutto perché non venga meno quella connessione inscindibile – su cui da tempo la Chiesa ha posto il suo noli me tangere – tra il significato unitivo e procreativo. Scrive, infatti, Benedetto XVI: la «fecondazione artificiale extracorporea» ha ribadito il dovere del «rispetto dell’originalità della trasmissione della vita umana attraverso gli atti propri dei coniugi». Nulla di nuovo nella sostanza. Fa bene Lorenzo D’Avack, vicepresidente del Comitato Nazionale di bioetica, a ritiene che il messaggio papale non crei stupore perché oramai «la Chiesa è ferma sulle sue più vecchie e tradizionali posizioni e non ha fatto, negli ultimi anni, passi avanti, né tanto meno aperture di sorta, rispetto ai progressi scientifici in vari campi».
Ora, sia ben chiaro, nessuno vuole ricacciare i cristiani nelle catacombe ché, gratta gratta, anche il più sfacciato degli anticlericali ha almeno una una zia suora. Nessuno – ci mancherebbe – crede che Santa Romana Chiesa non debba dire la sua su tutto, esperta in umanità com’è. Piuttosto visto che gli argomenti di fede vengono difesi non in quanto confessionali, ma in quanto razionali e naturali e che si insiste sul carattere pubblico e sociale, non privatistico, dell’esperienza religiosa il buon senso ci suggerirebbe – il condizionale, visto che siamo in Italia, è d’obbligo – che una tale esperienza andrebbe discussa liberamente proprio sul campo della critica serrata e del disincanto. Purtroppo però non è così. Se, infatti, scrivo di non esser d’accordo con le linee guida dettate da Sua Santità sono tacciato di relativismo ché le autorità religiose, dalle nostre parti, pretendono la competenza del retto ragionare (e non solo della fede) ma non accettano che i loro argomenti vengano passati al vaglio della ragione per essere – è quasi sempre così – rigettati.
Quando Benedetto XVI scrive: «quando esseri umani, nello stato più debole e più indifeso della loro esistenza, sono selezionati, abbandonati, uccisi o utilizzati quale puro “materiale biologico”, come negare che essi siano trattati non più come un “qualcuno”, ma come un “qualcosa”, mettendo così in questione il concetto stesso di dignità dell’uomo?» dice – il papa, intendo – una cazzata grossa come una casa ché l’embrione non è persona fin dal concepimento. È vero, certamente, il contrario, questo sì: ogni persona è stata embrione, ma il viceversa è tutt’altra cosa. Di fronte all’embrione che sarebbe stato Ratzinger nessuno avrebbe potuto dire che sarebbe venuto su un tal sant’uomo.
Chiamare embrione la cellula fecondata, che di poi lo sarà, è un falso ideologico ché potenza e possibilità – ma questo Sua Santità lo sa bene – sono due cose assolutamente diverse. Una cellula fecondata potrà essere embrione o meno, è questo il punto: potrebbe dar vita anche soltanto a una membrana amniocoriale, senza ombra di umano.
Ma lasciamo perdere – sono argomentazioni che per quante volte sono state ripetute danno la nausea – ché la sensazione che si ha a legger certe cose (soprattutto su certi giornali, poi) è che oramai ci si sia abituati a questa condizione asimmetrica di deferenza, in cui un magistero gode dell’inviolabilità nel proprio dominio ma può liberamente intervenire – con faziosità e scorrettezza – nell’altro. «Credo nella gente e che la gente, quando è incoraggiata a pensare con la propria testa – scrive Dawkins in L’illusione di Dio – e ad avvelenarsi di tutte le informazioni disponibili, finisce molto spesso per non credere in Dio e per condurre una vita piena, serena e liberata». Forse l’idea del fine razionalista è un ottimismo illuministico eccessivo (lo stesso che esprimeva in un commento a questo post l’altro giorno l’amico Alberto) e mal riposto, ma ciò non toglie che «per una misteriosa, generale convenzione, la fede – è sempre Dawkins a parlare – detiene il privilegio unico di essere al di sopra e al di là della critiche». Se, davvero, la religione fosse solo un fatto fatto privato, una questione interiore, poco male. Ma in Italia, più che mai, non è assolutamente così.










![Validate my RSS feed [Valid RSS]](valid-rss.png)
4 commenti
Se mi dai dell’eccessivamente ottimista fine realista va a finire che poi chi legge pensa che io sia un gran pensatore ;D
tranquillo, Alberto… qui son pochi quelli che mi leggono! :|
Hai circa gli stessi lettori che ho io via feed reader ma hai 5/10 volte le visite che ho io: mi sembrano numeri di tutto rispetto!
…è tutta fuffa ché qui arrivano molti in cerca di anticipazione su “I Cesaroni“. Pensa te!