l’embrione…

embrione.jpg

La riflessione che mi preme qui sviluppare riguarda una questione molto delicata, ed figlia – la riflessione, dico – di un sereno confronto che ho avuto in uno dei post precedenti.
Molti (ad esempio i cattolici) sostengono che
l’embrione é un essere umano; la mia tesi [*] – che qui voglio subito palesare – è che a partire dalla loro stessa logica è possibile affermare che l’embrione non è un essere umano.
La potenza – è la scuola aristotelica ad affermarlo – è la predisposizione della materia ad assumere una certa forma: è quel motore che permette alla forma di plasmare la materia secondo i suoi dettami. L’atto, invece, è la forma stessa realizzata, ovvero la materia plasmata sotto l’azione della forma. Un corpo è capace di cambiar luogo anche prima che lo cambi o che glielo si faccia cambiare; un seme è capace di diventare frutto anche prima che lo divenga effettivamente. Che l’embrione sia essere umano in potenza – ovvero qualcosa che, in certe condizioni, sviluppa per diventare essere umano – è principio accettato da tutti (sia da coloro che sostengono che l’embrione è un essere umano, sia da chi lo nega). Sennonché, quanti sostengono il carattere umano dell’embrione sostengono anche che il processo che conduce dall’embrione all’uomo (“in atto”, direbbe Aristotele) non è un processo inevitabile, univoco e deterministico: durante il percorso formativo l’embrione potrebbe, ad esempio, dare vita anche soltanto a una membrana amniocoriale (”uovo chiaro”, mola idatidea, ecc.), senz’ombra di umano: «ciò che è in potenza – diceva lo Stagirita – è in potenza gli opposti». Quindi se l’embrione può diventare “un uomo in atto”, allora, proprio perché “lo può” può anche diventare non-uomo, cioè qualcosa che non è affatto uomo: nell’embrione, cioè, i due opposti sono necessariamente uniti. La conclusione, a questo punto, è semplice da dirsi: se l’embrione è, in potenza, quell’esser già uomo che è, indiscutibilmente, unito all’esser già non-uomo, ne viene che l’embrione non è già un uomo. Se un seme è un fiore e un non-fiore non è un fiore. Non essendo un uomo, non si può assolutamente affermare che sopprimendo l’embrione si commette un omicidio. Insomma – e sia questo solo un inciso che vale pure come chiosa – se si vuol essere coerente ai propri principi, usando la stessa logica usata da chi sostiene che l’embrione è un uomo, non si può non ammettere che l’embrione non è un essere umano.

[*] che, sia detto per inciso, è la tesi esposta in un articolo del prof. Emanuele Severino pubblicato sul Corriere della Sera nel dicembre del 2004.

7 commenti »

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    Un seme NON inserito nella terra è un fiore e non fiore. Perchè se fosse nella terra avrebbe la possibilità di diventare fiore. L’embrione è come un seme nella terra.

    Commento di gibo — 29 Febbraio 2008 #

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    Il fatto che un seme inserito nella terra abbia la possibilità di diventare fiore non significa affatto che il seme è un fiore. Il costrutto metafisico di potenza è un grandioso e radicale assurdo. Poiché l’embrione è da tutti considerato un uomo in potenza, l’embrione è a sua volta un costrutto teorico assurdo, contraddittorio, impossibile.

    Commento di Biagio — 2 Marzo 2008 #

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    Embrione uomo in atto

    di Danilo Saccoccioni 22/04/2006

    Che l’embrione umano sia un essere vivente e abbia carattere personale fa parte di quelle conoscenze del senso comune che non possono mai essere messe in dubbio da nessuno, pena la contraddizione logica, come sarebbe facile dimostrare. Eppure qualcuno ama la contraddizione.
    Ho appena detto a mia nonna, la quale non sa neppure scrivere, che gli studiosi nei nostri paesi pare abbiano dimostrato che l’embrione non sia un uomo. Con la sua acuta sapienza popolana, meravigliata, mi ha risposto: “E questi sarebbero scienziati!?”.
    Chi conosce un pochino la storia del pensiero occidentale sa bene chi in epoca moderna abbia voluto esasperare il dubbio sulla validità delle conoscenze del senso comune: il caro Descartes, che nel XVII secolo ha dato il via a tutto uno stile di pensiero alla disperata ricerca di dimostrazioni per ogni cosa, trascurando che da un punto di vista strettamente logico le conoscenze del senso comune sono la base pre-filosofica di ogni successiva riflessione. Abbandonato il realismo greco e medievale, ora i moderni danno la caccia all’embrione, dimostrando che i cattolici, seguendo la nota dottrina aristotelica dell’atto e della potenza e applicandola al caso dell’embrione per esporre in modo rigoroso le ragioni del suo essere uomo, contraddirebbero il loro stesso insegnamento mostrando tutta la loro incompetenza dottrinale: mi riferisco, in particolare, a un articolo del noto Emanuele Severino (Università di Venezia) comparso sul Corriere della Sera dell’1/12/2004 dal titolo “L’embrione e la vita, il paradosso di Aristotele”, articolo in cui Severino dimostrerebbe che in realtà l’applicazione corretta dell’insegnamento aristotelico condurrebbe ad affermare che “uomo in potenza non può voler dire essere umano in atto”.
    Cerchiamo allora di fare chiarezza sui termini “atto” e “potenza” e diamo gloria alla Verità: l’embrione è un essere umano dall’inizio del concepimento.
    Consideriamo un recipiente pieno d’acqua fredda rispetto alla nostra temperatura corporea, poi cominciamo a riscaldare per mezzo di una fiamma il tutto: l’acqua diventerà, dopo un po’, più calda del nostro corpo. Ebbene, secondo la terminologia aristotelica, l’acqua fredda, prima di essere scaldata, sarebbe calda in potenza, poi, dopo il riscaldamento, sarebbe calda in atto. L’acqua passa dal suo non-essere-calda al suo essere-calda: questo passaggio dal non-essere all’essere mostrerebbe tutta la sua intrinseca contraddizione se, a rimuovere proprio la contraddizione, non intervenisse una causa esterna già in atto rispetto al calore: la fiamma. Quello appena mostrato è un semplicissimo esempio di quello che nella metafisica è conosciuto come “principio di causa” o, esplicitandone meglio l’analiticità, il “teorema di causa”: “il concetto di causa si impone a partire dalla necessità di rendere non contraddittorio il divenire degli enti” . Purtroppo, con l’abbandono della metafisica classica, l’epoca moderna non considera più analitico il teorema di causa: “nel campo scientifico, con l’avvento della scienza moderna e dopo le critiche di Hume e Kant, la nozione di causa è stata sostituita dal concetto di funzione matematica, nel senso statistico, indeterministico, convenzionalistico e operativistico” .
    Torniamo ora all’embrione. Chiediamoci innanzitutto: che cosa distingue un vivente da un non vivente? Certamente non è il biologo a doverci rispondere, poiché la biologia come scienza deve già presupporre la nozione di vita, così come la fisica come scienza deve presupporre la nozione di ente fisico. Ebbene, “da un punto di vista metafisico, […] l’atto del vivere, come atto d’essere proprio dei viventi, definisce i viventi stessi come quegli enti (fisici o spirituali) capaci per essenza di determinare a diversi livelli il proprio comportamento. Questa capacità di autodeterminazione parziale (nei viventi sub-umani) o totale (nell’uomo e nelle sostanze spirituali) del proprio comportamento […] è ciò che Platone e Aristotele intendevano quando definivano il vivente come quell’ente capace di movere se” . Dunque, in parole povere, ciò che distingue un vivente da un non vivente è primariamente la costruzione di sé in vista dei “due fini fondamentali della sopravvivenza e della riproduzione” .
    Cerchiamo ora di applicare correttamente (o comunque meglio di Severino nel citato articolo) la dottrina dell’atto e della potenza al caso dell’embrione. Partiamo dalla domanda banale: cosa fa l’embrione a partire esattamente dal primo istante del concepimento? Risposta altrettanto banale: COSTRUISCE SE STESSO. Ora, potenza e atto a chi si riferiscono in questo caso? Nel caso dell’acqua avevamo visto che il suo essere calda era stato causato dalla fiamma, già calda in atto, che rimuoveva la contraddizione del passaggio acqua fredda – acqua calda e che evidenziava come in ogni processo trionfi la primarietà dell’atto rispetto alla potenza. Ebbene, nel caso dei viventi, ciò che causa la costruzione di sé è, udite udite, nient’altro che l’embrione stesso!!! Cioè l’embrione è causa del suo stesso divenire, cioè l’embrione è in atto, anzi è atto stesso, poiché, appunto, è causa del suo divenire, fin dal concepimento: si badi che questa conclusione è semplicemente la traduzione in termini metafisici dell’osservazione del comportamento dell’embrione. E la potenza dove la mettiamo? Sempre l’osservazione ci fa subito dire che l’embrione non è in potenza quanto al vivere (abbiamo visto che quanto al vivere è in atto), ma è in potenza quanto a tutti i fini che persegue, su piccola come su larga scala: ad esempio, nel caso dell’uomo, l’embrione è in potenza non quanto al suo essere uomo, ma quanto all’esercizio effettivo della vista o della volontà ecc…
    Insomma, la straordinarietà dei viventi sta nel fatto che la causa del loro divenire, anziché dover essere ricercata in un altro ente già in atto (come succede per i non viventi), si mostra in tutto il suo splendore inventivo in se stessi: forse pochi lo sanno, ma questo era il principio che, fin dagli antichi greci, veniva chiamato “anima”.
    “Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole” . Ecco, mi auguro che tutti gli Emanuele Severino che realizzano questa profezia paolina si ravvedano presto: non accada loro di essere giudicati da quei poveri innocenti nel Giorno del Giudizio, ma, pentiti, giungano ad adorare con Salomone l’Eterna Sapienza:
    “La preferii a scettri e a troni,
    stimai un nulla la ricchezza al suo confronto; […]
    L’amai più della salute e della bellezza,
    preferii il suo possesso alla stessa luce,
    perché non tramonta lo splendore che ne promana.”
    1 Aniceto Molinaro, Lessico di metafisica, Edizioni San Paolo, Milano 1998, pag. 38
    2 Ibid., pag. 39
    3 Gianfranco Basti, Filosofia dell’uomo, Edizioni Studio Domenicano, Bologna 1995, pag.115
    4 Ibid., pag. 124
    5 2Ti 4,3-4
    6 Sap 7,8.10

    Commento di Danilo Saccoccioni — 26 Marzo 2008 #

  4. Gravatar Icon

    [...] risalto all’evento – vi segnalo che proprio su questo blogghetto (incredibile, vero?), con questo commento, Danilo Saccoccioni smonta, pezzo per pezzo, la tesi di Emanuele Sverino. Come, non sapete chi è [...]

    Pingback di Diary » Blog Archive » scontro tra titani… — 27 Marzo 2008 #

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    Che l’embrione umano sia un essere vivente e abbia carattere personale fa parte di quelle conoscenze del senso comune che non possono mai essere messe in dubbio da nessuno…

    Chiederei a sor Danilo Saccoccioni, se, per caso, ha notizia della dignità di persona nei casi di gravidanza anembrionica o di mola vescicolare, occasioni – lo sanno tutti – disabitate ab initio da ogni progetto umano: solo placenta, membrane e liquido amniotico. Se in codesti casi, tanto per esser chiari insomma, e come ad ogni mestruazione, sia legittimo un abbozzo di cordoglio, una qualche forma di riconoscimento (che ne so, un battesimo, un requiem, una benedizione) per l’ennesima persona che muore.

    Commento di Biagio — 28 Marzo 2008 #

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    Schiaritevi un pò le idee. Chi può decidere della vita altrui .. e chi della propria? Il termine propria, poi, vuol dire mia. Ma può essere mia una cosa che mi è stata data da Dio?
    BIOETICA DELLA NASCITA E DELLA MORTE, di Pier Angelo Iacobelli, dedicato in larga parte a specialisti ma consigliato a tutti gli appassionati della materia.
    E’ della casa editrice Città Nuova, sito aifr.it, e catalogo.

    Commento di libronline — 22 Aprile 2008 #

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    [...] non faccio difficoltà a credere che almeno uno di questi imbecilli capiti su questo bloghetto, legga e lasci pure un commentuzzo saccente e merdosetto del tipo: “Schiaritevi un pò le idee. Chi può [...]

    Pingback di Diary » di imbecilli è pieno il mondo… — 22 Aprile 2008 #

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