voglio…

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Un capriccio, anzi, nemmeno. Diciamo uno scazzamento bello e buono. Peraltro, in nome di un diritto: c’ho un’aiuola che circonda la casa, voglio – ecco, per carità, spostiamoci un pochino ché una saetta potrebbe annientarci sic et simpliciter – voglio, ella disse, coltivare un pesco, vederlo spuntare, farlo crescere, dargli un nome, sì, vabbé un nomignolo, chessò, Filiberto. O Giuliano. Insomma, disse, voglio una clorofilla tutta mia, fatta in casa! Magari anche un po’ di polpa succosa, profumata e morbida d’addentare nei periodi giusti. Follia pura. Come non si sapesse, poi, com’è che vanno queste cose; com’è che vada il mondo, sudicio e marcio fin dentro al suo principio di realtà. Donna, ti fotti Schubert e metti al mondo Vessicchio: hai voglia a dire “sempre musica è”. La faccio breve: il pesco non era un pesco. Ce ne accorgemmo dopo quasi un anno, quando misurandone il fusto secco e legnoso scoprimmo che era un arbustaccio – mal innestato, tra le altre cose – che prometteva di lì a poco una volgare spaparanzata di fogliume (un-due-tre, gridolino d’orrore) verde smorto. Mia moglie, non vi dico, furiosa come un toro nell’arena che solo una moglie incazzata riesce ad imitare. Io, il solito Ferrara: ma via, calmati, in fondo è vita, l’abbiamo desiderato noi, l’abbiamo innaffiato con tanto amore che il comune ci ringrazia ancora ogni volta che ci manda la bolletta dell’acqua, ecc. ecc. Niente. Irremovibile. Intrattabile: ed io, tra me e me, – col falcetto in mano – le radici, cazzo, dovremmo aver rispetto almeno delle radici. Almeno quelle. Niente.

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