
«La Chiesa, attraverso i monasteri e il lavoro degli amanuensi, salvò dalla distruzione e dall’incuria molto del sapere classico, ma non fece niente per diffonderlo: ritenendo il sapere laico superfluo rispetto a quello evangelico si disinteressò, o più spesso fu ostile, alla cultura e alla scolarizzazione; persino i vescovi non potevano leggere gli antichi testi pagani. Anche l’esagesi biblica divenne irrilevante e fu sostituita dalla ripetizione quasi ipnotica di certi passi del Vangelo o dal rito della messa. Per la Chiesa non era importante pensare: un buon cristiano doveva seguire le regole, ascoltare il sacerdote, pregare e accettare gli affanni e le frustrazioni di questa vita, necessari al conseguimento dell’altra, quella vera. Tutti atteggiamenti che avrebbero compromesso profondamente il futuro sviluppo degli italiani e della loro psiche, in particolare la psiche statuale, ossia quella parte non indifferente della loro energia intellettuale tutta tesa a rigettare (sugli altri e tout court) ogni senso dello Stato e del bene pubblico».

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