
“Da sempre la Chiesa stava agendo in due direzioni opposte: da un lato presentandosi come arbiter super partes, propagatrice dei valori cristiani di amore, carità, uguaglianza, pace; dall’altro come nucleo fondamentale di un nuovo Impero, basato su strutture simili a quelle romano-barbariche ma retto da una filosofia, se così si può dire, del tutto diversa: la fede, che spiega la presa quasi magica della potenza ecclesiastica sulla mentalità italiana. La fede era decisamente superiore al divide et impera romano perché, per agire su questo mondo «falso» e «transitorio», ipotecava quello «vero», che sarebbe venuto presto e «per sempre». Nessuna idea, nessun concetto, nessuna filosofia aveva mai avuto lo stesso potere. [...] Il terrore della morte era attenuabile soltanto con una fiducia religiosa. La Chiesa, fatta di uomini che provavano le stesse paure, seppe sfruttare e amministrare bene la contingenza storica: se questo mondo era finito o era divenuto troppo difficile da sopportare, occorreva avere fede nell’aldilà [...]. Attraverso la fede dell’aldilà, la Chiesa consentiva agli italiani di ricominciare a sperare in un aldiqua, a patto di rispettare la sua legge. E per secoli e secoli, almeno fino all’inizio del Novecento, la grande massa degli italiani sarebbe stata certa del ruolo «salvifico» della Chiesa”.










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