Sulle ginocchia c’è un alone di polvere: il sagrestano dev’essersi scordato di spolverargli lo scranno, stamani. Il tipo – un bacherozzo basso e tozzo – con fare altezzoso mi chiede sarcastico: “Che c’è dopo la morte?” Coglione – gli rispondo di riflesso – che c’era prima della vita? Il nulla. Perché allora ti spaventa quello che potrebbe esserci dopo e non quello che c’è stato prima? Perché tutta la tua fede, il tuo scaramantico grattarti i coglioni al passare del carro funebre o del gatto nero, s’esaurisce nella riverente costruzione di un dopo mentre il prima manco te lo caghi? Non lo senti il retrogusto di terrore in quella friabile meringa del tuo credere? Perché, caro mio, credi tu davvero che, in fondo, c’è una grande differenza tra chi, per ubriacare il suo disagio esistenziale, crede in Dio o tocca ferro o evita di passare sotto le scale o telefona al cartomante o s’avvolge nel caldo bozzolo di altri rituali più o meno pagani? Ad ognuno il suo “absurdum”, verrebbe da dire (se non fosse che certuni amano intersecare i vari absurdum per una forma di eccessiva (in)sicurezza). Divertiti e, se ti piace, goditene pure ché tutto questo può servire anche a farti stare bene. L’importante è che non mi maciulli le gonadi. Non chiedo altro. Punto.










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Un commento
che libro e?