
A ben pensarci è un po’ come succede con le sorpresine degli ovetti di cioccolato: o ci trovi dentro il pupazzetto tutto d’un pezzo o una miriade di pezzettini da montare insieme con certosina pazienza. Una su tre – recita la pubblicità stampigliata sulla confezione di cartone – dev’essere, necessariamente, o l’uno o l’altra cosa. Il pupazzo lo guardi, ne saggi la caratura estetica, ne valuti i dettagli e poi – è la prassi – ti chiedi, dubbioso, a che cazzo potrà mai servirti. La sorpresina da montare, invece, richiede d’obbligo la consultazione dell’apposito fogliettino con tutte quante le istruzioni, un monocolo da orefice e due lauree (una, si badi, dev’essere ingegneria). Poi, di solito, si prende il manufatto e lo si butta nel secchio della spazzatura e s’inizia a giochicchiare con la stagnola per farne un anellino da regalare alla bella o una rozza pallina per un subbuteo artigianale: un paio di passaggetti con le dita a simulare le gambe dei giocatori. Beh, insomma, la rivista Micromega è così.










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2 commenti
nooooo, perché?!
Micromega è interessantissimo!
Non scherzo, lo penso davvero.
in effetti non ho mica detto che non è interessante. È solo che spesso non è affatto difficile imbattersi in articoli talmente arzigogolati (e noiosetti) che alla fine, tolta la tara (e la stagnola), ti ritrovi con ben poca roba. Chiaramente – e per fortuna, direi – non è mica sempre così. Del resto, tanto per dire, funziona così anche con le sorprese degli ovetti Kinder: mia moglie, per esempio, ha ancora la collezione completa dei coccodritti…