
«Preferisco essere letto molte volte da uno solo che da molti una sola volta ».

«Preferisco essere letto molte volte da uno solo che da molti una sola volta ».

Il passaggio della televisione dal sistema analogico a quello digitale fa materializzare, secondo il presidente dei vescovi italiani card. Bagnasco, il rischio che aumenti la pornografia. «Il rischio non remoto, dicono gli esperti, è che i nuovi spazi diventino appannaggio delle industrie pornografiche presenti sul piano internazionale». (il Corriere, 26.05. 2008 ). Eccolo lì, siamo alle solite: si demonizza il mezzo – potendo lo si vorrebbe completamente oscurare o, al limite, controllare – per alcuni suoi contenuti usando “gli esperti” per avvalorare un principio che puzza di muffa – oltre che di censura. È ovvio, sia ben inteso, che previo pentimento sia concessa deroga: tra un pornazzo e l’altro una fiction su Padre Pio, uno speciale su Lourdes o, perché no, uno spottino pro otto per mille alla Chiesa Cattolica ci stanno comunque sempre bene.
«Mio padre non mi hai mai accettato. Non ha voluto rassegnarsi al fatto che io sono gay. Ho cercato di convincerlo che la mia non è una malattia, né una cosa sporca, ma è stato tutto inutile. Mi sono reso conto di essere gay un anno fa, e l’ho confessato a mio madre. Lei mi ha capito, ha cercato di aiutarmi, di starmi vicina e di convincere mio padre a rassegnarsi ma l’ultimo anno, in casa, è stato un inferno. Ma questa è la mia natura, non ci posso fare niente. »
«Durante questi ultimi anni, l’omosessualità è diventata un fenomeno sempre più preoccupante ed è ritenuta in diversi paesi una “qualità” normale, mentre è sempre stata un problema nell’organizzazione psichica della sessualità e non è stata ai determinante nelle scelte della società. Essa non rappresenta un valore sociale e ancor meno una virtù morale che potrebbe concorrere all’incivilimento della sessualità. Può anzi essere ritenuta come una realtà destabilizzante per le persone e la società. »
«La verità è cosa molto complessa, e la politica è un affare molto complicato. Vi sono giri e rigiri. Si può essere legati ad alcune persone da certi obblighi che bisogna soddisfare: presto o tardi nella vita politica è obbligatorio il compromesso. Tutti ci si piegano. »

«Noi – a parlare è Ritanna Armeni – non sappiamo se Anna Maria è colpevole o innocente, ma ora dovrebbe prevalere un sentimento di pietà, di solidarietà. Non è un sentimento ignobile, anche se negli ultimi anni, mesi e giorni, tutti stanno cercando di convincerci di questo». Senza manco aver letto la sentenza, tutta ’sta bella intelligenza nostrana (sia detto con una punta d’ironia, si capisce) chiede la grazia per la signora Franzoni così, per un sesto senso o forse per simpatia (ma anche la maliziosa ipotesi del freddo calcolo utilitaristico ci sta tutta): tutti pronti a firmare in blocco senza pretendere di produrre né fatti nuovi né inedite controprove; senza nemmeno avanzare l’ipotesi di un’incompatibilità alla detenzione da parte della condannata. Nulla di nulla: si assolve, a prescindere, l’una per mandare a puttane il lavoro di ben 14 giudici rei – secondo il modo di ragionare di questi innocentisti ad oltranza – d’aver visto nei fatti la colpevolezza de “la madre di Cogne”. Il pretesto, ad ogni modo, è buono – per quelli di Rifondazione, dico – soprattutto per mostrare a tutti che anche loro (loro che vantano l’amicizia dei vari Travaglio, dei Di Pietro e financo dei Pecoraro Scanio) hanno (avuto) il “dono della pietà” – e che pietà! – e che questo dono intendono usarlo fino in fondo: dopo tanto giustizialismo, appendono le manette ai chiodi e iniziano a chiedere grazie.
C‘è dell’altro? E certo che c’è dell’altro ché – e diciamolo francamente – la richiesta di una grazia a meno di 24 ore dalla sentenza di colpevolezza significa accreditare l’idea che la signora sia stata l’ennesima vittima del bislacco sistema giudiziario nostrano. Nonostante i tre gradi di giudizio, insomma, il delitto di Cogne rimane opinabile mentre il diritto si trasforma in arroganza: giudici senza cuore che non riescono a comprendere il dolore di una mamma. «In fin dei conti nel caso Cogne – continua l’Armeni – rimane un forte elemento di incertezza, nessuno ha dimostrato la colpevolezza della madre, e nel dubbio pro reo»… e che quelli dalla Corte di Cassazione, con la loro sentenza – l’aggiunta è mia; Ritanna non si spinge fino a questo punto –, se l’andassero a prendere in culo.
Per farla breve – e qui chiudo – siamo alle solite: la sola certezza, dalle nostre parti, è l’incertezza.

I tempi cambiano. Chi oggi sussurra «…top secret!», un dì gridava «…tropp sacchet!». E sempre Incarico Governativo è.

«In mezzo alla stanza della biblioteca c’era un lunghissimo tavolo con una massa di libri e di fogli in gran confusione. Quando l’estate andava in campagna copriva il tavolo così com’era con un lenzuolo, ed al suo ritorno non permetteva a nessuno di rimetterlo in ordine. »

«Si scrive per guarire se stessi, per sfogarsi, per lavarsi il cuore. Si scrive per dialogare anche con un lettore sconosciuto. Ritengo che nessuno senza memoria possa scrivere un libro, che l’uomo sia nessuno senza memoria. Io credo di essere un collezionista di ricordi, un seduttore di spettri. La realtà e la finzione sono due facce intercambiabili della vita e della letteratura. Ogni sguardo dello scrittore diventa visione, e viceversa: ogni visione diventa uno sguardo. In sostanza è la vita che si trasforma in sogno e il sogno che si trasforma in vita, così come avviene per la memoria. La realtà è così sfuggente ed effimera… Non esiste l’attimo in sé, ma esiste l’attimo nel momento in cui è già passato. Piuttosto che vagheggiare un futuro vaporoso ed elusivo, preferisco curvarmi sui fantasmi di ieri senza che però mi impediscano di vivere l’oggi nella sua pienezza. »

Sbrighiamo subito i convenevoli, sennò si rischia di sembrare il Pecoraro Scanio di turno. Dunque: sono – per principio, direi –ideologicamente favorevole ad ogni tipo di avanzamento scientifico-tecnologico e quindi quattro hip-hip-hurrà per la possibilità che anche da noi s’inizi a parlare di nucleare. Sbrigato, mi pare sia tutto. Ora, però, parliamo d’altro, ma senza allontanarci troppo dal contesto, ché anche a volercene allontanare non ci si riesce, visto che è strutturale. Quando Scajola ieri ha annunciato «entro questa legislatura porremo la prima pietra per la costruzione nel nostro paese di un gruppo di centrali nucleari di nuova generazione» così, di riflesso, ho provato un senso di fottuta paura. Strano direte – visto l’incipit del post. Eggià strano… ma solo fino ad un certo punto, carissimo mio lettore, ché quello che mi preoccupa non è questa tecnologia in particolare, ma gli italiani in generale e il loro pressappochismo nello specifico. Ché – a ben pensarci su un pochino – un conto è gestire (e provare ad arginare) l’emergenza rifiuti altro, invece, è provare a gestire quello – ipotetico ma non improbabile – delle scorie. Insomma, il solo pensiero che un Bassolino qualsiasi possa, un domani, dover metter bocca sullo smaltimento di materiale radiattivo… meglio non pensarci, vah.

«In un mondo dove tutto (scienza, consapevolezza, informazione eccetera) spinge a fare le cose giuste, concedersi degli errori resta l’unico modo per esercitare la propria libertà di scelta. È puerile, ma almeno si ha la percezione di aver preso una decisione, ancora più libera proprio perché sbagliata. Fumare è un vizio, a me piace per questo. I vizi (e le passioni) sono l’unico modo che ci resta per coltivare il nostro romanticismo. Che poi non è regalare fiori alla fidanzata o avere gli occhi languidi, ma ritenere l’idea di libertà come fondamentale esigenza dell’individuo. Per questo è romantico (e molto più divertente) fare scelte sbagliate, faticose da sostenere. Per questo ai nostri errori ci affezioniamo come fossero figli. Quindi se la razionalità impera e tutti fanno la cosa giusta, a noi non resta che fare ogni tanto quella sbagliata, senza rimpianti. Se invece verremo obbligati a fare sempre e solo la scelta più corretta, sarà l’inizio del peggio in assoluto: la dittatura del ragionevole. »