
scandalo (scàn·da·lo) (pop. scandolo) s.m. 1. Turbamento della sensibilità morale e dell’innocenza altrui, provocato da quanto può offrire o costituire esempio di vizio e di colpa con particolare riferimento alla concezione cattolica del peccato: dare s.; essere motivo di s.; la pietra dello s., il responsabile primo del male. Così, tra l’altro, il Devoto-Oli (Le Monnier, 2008). Parassita assai subdolo lo scandalo, che trova il suo habitat ottimale, humus fertile e fecondo, nel cervelluzzo cattolico. Tant’è l’ossessione per il turbamento che in tutti i documenti ufficiali (e non) della Chiesa – mi riferisco a quei documenti che promuovono l’occultamento di un crimine (più o meno grave) commesso da un appartenente al suo clero – c’è un abbondante ricorso al termine scandalo proprio a significare – e a mettere in guardia il già peccatore – il danno che altrimenti ne scaturirebbe, spesso incomparabilmente maggiore di quello già venuto alla vittima del crimine. È lo stesso Cristo a chiarire la faccenda (cfr. Mt. 18,6): «chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da un asino e fosse gettato negli abissi del mare». Il Catechismo, poi, a riguardo, pare ancor più esplicito. Alla domanda: «Come si evita lo scandalo?» (473/2284-2287); viene detto: «Lo scandalo, che consiste nell’indurre altri a compiere il male, si evita rispettando l’anima e il corpo della persona». Insomma, se un paio di suore vengono cacciate a calci in culo dal convento, nessuno deve sapere il motivo né – sia ben chiaro – dev’esserci protesta da parte delle cacciate, perché se qualcuno sapesse e, soprattutto, se – Dio non voglia – qualcuna di queste protestasse, si farebbe offesa nell’anima e nel corpo («lo scandalo – si legge nel Catechismo al numero 2285 – è grave quando a provocarlo sono coloro che, per natura o per funzione, sono tenuti ad insegnare e ad educare gli altri. Gesù lo rimprovera agli scribi e ai farisei: li paragona a lupi rapaci in veste di pecore» ). Incatenarsi, poi, ad un palo e gridare “vergogna!” ad un santo superiore è offesa incommensurabilmente grave che scuote e induce «turbamento della sensibilità morale e dell’innocenza altrui». «Che scandalo!», avrà di certo gridato qualcuno dalla curia nel vedere quelle immagini… «Né prostitute, né violente, né ladre e né malate di mente», insomma, ma certamente scandalose e quindi, ipso facto, colpevole.
I tipi in gonnella nera, signori miei, saranno pure dei delinquenti, ma bisogna ammettere che per certe cose hanno un talento sublime.










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