
«In qualità di educatore e anche di sacerdote, Ruggero Conti – leggo da la Repubblica – aveva la responsabilità dell’educazione spirituale dei ragazzi, della loro istruzione e anche, probabilmente per le situazioni disagiate in cui si trovavano a vivere i minori, svolgeva, quando erano affidati alle sue cure, funzioni di vigilanza e di custodia». Il tipo, sfruttando la sua posizione privilegiata, agiva indisturbato e – stando alle accuse – tra un’omelia e l’altra riusciva ad incularsi anche qualche bambino nel retro della canonica. Analoghe accuse gli erano state mosse anche l’anno scorso. Don Ruggero Conti, però, per quei fatti non era finito a Regina Coeli, ma era stato semplicemente sospeso dai suoi incarichi: libero dalle incombenze era riuscito ad occupare il tempo libero – quando non si trastullava coi bambini, dico – organizzando una bella campagna elettorale a fianco di Gianni Alemanno, in qualità di consulente per le politiche familiari.
Da più parti si ripete – è accusa che m’è stata mossa anche qui più volte: la percentuale dei pedofili nella Chiesa non è maggiore che in altri corpi e in altre categorie sociali. Può essere, rispondo, anche se è percentuale comunque altissima, preoccupante e assai grave, soprattutto se si tiene conto di quanto credito (morale e non) hanno questi loschi individui nella collettività in cui riescono ad operare.
«I verbali delle [...] testimonianze [dei ragazzi] dovrebbero – riporto dall’articolo citato in precedenza – essere letti dall’autorità ecclesiastica massima perché si renda conto di cosa viene fatto a questi ragazzi». E credete che “l’autorità ecclesiastica massima” non sappia cos’è che subiscono questi poveri ragazzi? Credete che Sua Santità ignori le atrocità inflitte a quei ragazzetti violentati? Suvvia, siamo seri: il problema non sta nell’ignoranza quanto piuttosto nel modo d’agire ché il pastore, il più delle volte, preferisce tacere piuttosto che denunciare. È questo il vero dramma.
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