
Intervista gustosa assai quella rilasciata a la Stampa dal presidente emerito della Pontificia Accademia della Vita, Monsignor Elio Sgreccia. Il pensiero del prelato va dapprima contro l’adozione di bambini da parte di single o coppie non regolarmente sposate per poi soffermarsi ad attaccare la proposta di adozioni alle coppie gay che – a detta di Sua Eminenza: «sono coppie non capaci di sviluppare complementarietà: il bambino è impossibilitato a confrontarsi con la figura materna e paterna perché entrambi i genitori adottivi sono dello stesso sesso. Così si crea un grave impedimento alla maturazione regolare del figlio. L’identificazione manca e la legge produce una stortura non solo per la religione ma per la ragione». Insomma, a volerla dire con sgarbo: il bimbo viene su coglione. Chiaramente non è chiaro quanto coglione ché «è troppo semplicistico – scriveva Umberto Veronesi – ritenere che un bambino, per crescere in modo equilibrato, abbia bisogno della presenza di un padre e di una madre di sesso diverso. Nessuna ricerca scientifica dimostra che essere figli di omosessuali è pericoloso per l’acquisizione della propria identità di genere». E allora il dubbio resta: quanto coglione? Coglione, non furbo: non della furbizia – tanto per non fare nomi – del Monsignore.










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2 commenti
A prescindere da ogni valutazione in merito allo sviluppo psicologico di un bambino affidato a genitori del medesimo sesso, a mio giudizio nell’ambito dei procedimenti di adozione si dovrebbe comunque sempre considerare il preminente interesse del minore, che è rappresentato dall’avere, per quanto possibile, un padre ed una madre. Io sono padre di tre figli e mi rendo conto che il mio ruolo e diverso da quello di mia moglie; sono peraltro convinto che entrambi i nostri ruoli siano importanti per i nostri figli ed utili al loro sviluppo.
Cordialmente,
Manuel Capurro
Io credo, invece, che il preminente interesse del minore sia quello di avere affetto e attenzione. E questo a prescindere dal sesso dei genitori. Vele la pena – a mo’ di chiosa – citare per intero il pezzo dell’articolo del prof. Veronesi che nel post ho appena accennato. Scrive l’illustre oncoloco: «Nessuna ricerca scientifica dimostra che essere figli di omosessuali è pericoloso per l’acquisizione della propria identità di genere. L’educazione migliore per un bambino, dicono gli studi più recenti, non dipende quindi dall’orientamento sessuale dei genitori ma dal loro affetto e della loro attenzione. La verità è che la società ha bisogno di tempo per adattarsi ai cambiamenti. Basti pensare a quello che è successo 30 anni fa ai figli dei separati: allora si sentivano a disagio e cercavano di nascondere la loro realtà. Adesso, invece, essere figli di separati è quasi normale. Occorre dunque che consideriamo con lucidità la presenza dei bambini delle coppie omosessuali, che anche in Italia ci sono. Fare finta che non esistano, questo sì, va contro il senso della ragione».