
«Quell’emendamento – ha dichiarato l’altro giorno Tremonti – è fuori dalla logica del governo: o va via quell’emendamento o va via il ministro dell’Economia».
L’emendamento che ha fatto incazzare il ministro è il cosiddetto “salva-manager” ovvero l’articolo 7-bis contenuto nel decreto Alitalia: “le dichiarazioni dello stato di insolvenza [...] sono equiparate alla dichiarazione di fallimento [...] solo nell’ipotesi in cui intervenga una conversione dell’amministrazione straordinaria in fallimento, in corso o al termine della procedura, ovvero nell’ipotesi di accertata falsità dei documenti posti a base dell’ammissione alla procedura”. Detto diversamente: per essere perseguiti penalmente per una mala gestione aziendale è necessario che l’impresa si trovi in stato di fallimento. Mossa politica – è parer tutto personale, si badi – azzeccatissima, ché in un sol colpo il ministro ha dimostrato quanto narcotizzata sia l’opposizione e, soprattutto, quanto la sua parola conti all’interno del centrodesta (“Io – ha dichiarato Berlusconi – non ne ero a conoscenza ma ho avuto garanzia da Tremonti che è stato tolto” ). Si dira: ma dov’era Tremonti quando al Senato il decreto fu votato in prima lettura? Vero – me lo chiedo anch’io, in effetti –, ma mi gioco un testicolo che nella mente di tutti rimarrà solo il ricordo del plateale punto messo a segno l’altro giorno, ché – lo scrive Geminello Almi in Una repubblica fondata sulle rendite – “la nostra è nazione di distratti in cui tutto si scorda a memoria”.










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