Pare ancora di sentirla quella voce che ha gridato: “Terra!”. Carichi di speranze, sospinti da una scintilla vitale, ci siamo ritrovati tutti sul ponte. In silenzio. Avvolti dall’innaturale sciabordio che ancora solletica le fiancate della nostra nave. “Terra!”. Quel grido ci riempie ancora la testa. “Terra!”. Ma era soltanto un banco di nebbia che un pallido raggio di sole – uno solo, n’è bastato – ha dissolto sotto lo sguardo sbigottito e atterrito di noi tutti.
Ci muoviamo, lentamente ripetiamo gli stessi gesti di sempre. Ci illudiamo di governare lo scafo ma è lui che ci governa. Tutto intorno a noi sembra vivo. Tranne noi. Le assi del ponte pulsano, si muovono e scricchiolano perché percorsi da sovrumani brividi: il legno è caldo, umido e vibrante. Noi, lentamente, ci muoviamo perché sospinti da forze devastanti – ridotti a parte dei processi vitali di quest’organo che galleggia in un primordiale brodo amniotico.
Quando l’acqua e i viveri sono terminati ci siamo rassegnati, serenamente, a farci divorare del cancro della fame. Oramai è la follia dell’arsura a spingerci a succhiare l’umidità dalle corde. Siamo ancora vivi! – almeno è questa l’illusione che ci raccontiamo. Un’osmosi metabolica ci permette di conservare un precario equilibrio vitale. Siamo tutti vittime di una mostruosa metamorfosi: una corazza dura protegge il nostro corpo e dai pori della pelle – quella non protetta dalla corazza – secerniamo uno schifoso muco denso e appiccicoso: strisciamo per non doverci affaticare troppo. Siamo, oramai, ciò che non fummo mai. La certezza di non trovare più una terra emersa ha liberato il nostro Io preumano e con esso, ora, ci tocca il confronto. In balia del nulla, governati dal niente e costretti a compararci col nostro mostruoso alter-ego, il nostro doppio. Rari nantes in gurgite vasto.











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