
È difficile dire la verità, perché ne esiste sì una sola, ma è viva e possiede pertanto un volto vivo e mutevole.
versione 2.0

È difficile dire la verità, perché ne esiste sì una sola, ma è viva e possiede pertanto un volto vivo e mutevole.

«Sento la rabbia che mi mangia il cuore e l’anima
ma tanto non c’è nulla da fare, in questo Paese
la giustizia non funziona».
Pare chiaro che per i parenti delle vittime nessuna pena detentiva, manco la più lunga, possa essere ritenuta sufficiente per rieducare il colpevole – ché un mostro, per questi, resta sempre un mostro. Anche a 30 anni di distanza dal delitto. È incivile – me ne rendo conto, sia ben chiaro – ritenere che un individuo, dopo tutto questo tempo, non sia necessariamente cambiato; ma lo è ancor di più se, interpellato sulla vicenda, dai microfoni di un telegiornale, ad esserne fermamente convinto – per “convinzione professionale”, oserei dire – è un notissimo avvocato penalista.

Se è vero che la verità rende liberi, essa può anche creare un mare di guai. Per quanto il suo nome possa suonare dolce all’orecchio, la verità è sgradevole fin troppo spesso, e imbarazza. Contro di essa scendono in campo le armate dei luoghi comuni. Contro di essa marciano le legioni di quanti traggono profitto da verità utili. E tuttavia, se mai fosse possibile, è necessario dirla.

Nessuno mi può costringere ad essere felice a suo modo (come cioè egli si immagina il benessere degli altri uomini), ma ognuno può ricercare la sua felicità per la via che a lui sembra buona, purché non rechi pregiudizio alla libertà degli altri di tendere allo stesso scopo, in guisa che la sua libertà possa coesistere con la libertà di ogni altro secondo una possibile legge universale (cioè non leda questo diritto degli altri).

“Quando [...] Giordano divenne direttore del Giornale, tutti a dirmi: tu hai chiuso. Invece questa rubrica, che da anni scorrazzava impunita in questa prima pagina, non solo fu mantenuta, ma divenne ancora più libera, persino troppo, un caso praticamente unico nel panorama nazionale. E siccome si vive una volta sola, io, che a dire «grazie» mi viene un’emiparesi facciale, oggi gli dico: grazie. Non me ne hai mai censurata una e non mi censurerai neanche questa, l’ultima.”

L’«Occidente a occhi chiusi che fa finta di non sentire le grida come avveniva durante la deportazione degli ebrei». Così monsignor Bruno Schettino, presidente della Commissione episcopale per le migrazioni e arcivescovo di Capua, in relazione ai tragici fatti accaduti ai migranti eritrei partiti dalla Libia in 78 e arrivati in 5 a Lampedusa. Come non credergli? Io, per me, gli credo. Anche perché l’arcivescovo è uno che fa parte di quell’organizzazione – la Chiesa, voglio dire – che nel periodo dell’Olocausto ha sfornato due pontefici – Pio XI e Pio XII – che hanno dato il meglio del loro amore ai “fratelli maggiori”. C’è da credergli. Io, per me, gli credo.

L’Inno di Mameli – fuor di retorica – è brutto assai: una marcetta buona solo per le partite di calcio ché quel papapà-papapà può dar brividi e solluccheri solo ad un popolo di debosciati. Il Va’ pensiero di Verdi, invece, è tutt’altra storia: testo ispiratissimo, musica deliziosa: come inno – diciamocelo con franchezza – sarebbe assai preferibile al primo. Ha dalla sua un solo pesantissimo difetto – difetto che, dispiace dirlo, mi fa preferire il primo a quest’ultimo: piace assai agli amici di Bossi. E non dico altro.
Ora: avessero il coraggio di dire quello che pensano una volta per tutte, cioè che vogliono ridiscutere la Legge 194, abrogarla, limitarla, appunto sabotarla. E invece no. Fanno una cosa per ottenerne un’altra, ma la verità è trasparente come solo i numeri sanno essere: in Italia è in corso un’offensiva che mira a ridimensionare la legge 194 e a confondere le acque raccontando anche sonore bugie. [...] Questa offensiva è condotta da una casta numericamente modestissima che frequenta gli snodi dell’informazione, è una lobby che auspica ipocriti «miglioramenti» a una legge che vorrebbero solo abbattere, vi raccontano e racconteranno un sacco di balle. I nomi sono noti. Non credete a quello che dicono. Pensate con la vostra testa e con una coscienza che è solamente vostra, non ha bisogno di ambasciatori in folgorazione pre-senile.
Nulla dovrebbe cambiare rispetto a prima, tranne un discreto aumento di casi di pestaggio di gruppi di tre persone. Tre tizi maggiorenni, con con la fedina penale candida, se ne andranno in giro armati di pettorina catarefrangente e telefonino nella buia notte a caccia di spacciatori, di sfruttatori e di ladri d’auto – convinti d’essere volontari della sicurezza. Speriamo solo che queste triplette della sicurezza, sguinzagliate nella solitudine della notte, non incroceranno mai né spacciatori, né sfruttatori né, tanto meno, ladri d’auto ché altrimenti a gruppi di tre saranno di sicuro vittime di sanguinosi pestaggi. Basterà massacrarne ben benino un paio di triplette e, in men che non si dica, o passerà la voglia a tutti di andarsene in giro nella notte nera a beccarsi mazzate da orbi o avremo l’ennesima professionalizzazione di un volontariato cui, come sempre capita, non basterà (solo) la volontà: una posta del bilancio pubblico dovrà pagare almeno le assicurazioni e i telefonini (oltre che le lavanderie per lavare il sangue dalle pettorine).
Ho paura a liquidare la faccenda come l’ennesimo atto ridicolo e grottesco di questo governo ma davvero non trovo altro registro. D’altro canto si sa: il ridicolo, in questo paese, ha sempre la meglio. Purtroppo.
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