…un far quattro dalla somma di due e due

Più ridotta è la possibilità di scelta, più lo strumento di scelta è inutilizzato o male utilizzato (per pigrizia, per limiti oggettivi, per sciatta incuria), e meno si ragiona: si interpreta male, si vede peggio e non si capisce niente. Parlare e scrivere sono più causa che effetto del conoscere: parlando e scrivendo si organizza un pensiero, si ragiona; è il linguaggio che costruisce il pensiero, non viceversa. Non a caso il logos è il discorso e il ragionamento (una cosa sola), “in quanto procedimento del pensiero, quindi — precisa lo Zanichelli — manifestazione delle stesse facoltà logiche e razionali dell’uomo”.
Sicché, e ritorno al punto, se presto ascolto a quanta gente parla, legge e scrive male, se ovunque mi capita di sentire e di leggere un pessimo italiano, io mi spiego — è, più che spiegare, un far quattro dalla somma di due e due — il perché della insana follia che ha pervaso l’Italia; e, giacché, purtroppo, il peggiore italiano è ormai praticato da chi, con le sue scelte, detta le sorti di questo Paese, mi spiego pure il perché di tanta merda che ci soffoca.

…errori

Dopo le elezioni, è tutto un contristarsi — per quelli che non sono riusciti a guadagnare voti o che ne hanno perduto — sugli errori commessi. «Beh, bisogna ammetterlo: abbiamo sbagliato». Hanno ancora sbagliato. Non fanno che sbagliare. E sbagliare — andrebbe aggiunto — sempre allo stesso modo. Non già, quindi, per avversione alla noiosa perfezione (Tò μὲν ἁμαρτάνειν πoλλαχῶς ἐστíν…, τò δὲ ϰατoρθoῦν μoναχῶς, ammoniva Aristotele) ma per assoluta mancanza di spirito critico su quanto accaduto in passato.
Si tratta il più delle volte di errori che – per dirla col Manzoni – potevano esser veduti (e quindi evitati) da quelli stessi che li commettevano. Per spiegarseli, allora, per provare a dare un senso all’illincrescioso agire, bisogna ricondurli o alla passione o all’imbecillità. La ragione sbaglia quando (per colpa) non vede. La passione e l’imbecillità, invece, fallano (a loro insaputa) sull’evidenza.

[…]

Letto L’animale morente di Philip Roth, scrittore che amo — e specialmente per come è in grado di «portare» il racconto, cioè nel suo particolarissimo modo che ha di raccontare, intendo. Ma questo libro è di una straziante opacità, lo si attraversa, lento, come s’attraverserebbe una strada di campagna fitta di rovi in una cupa notte di nebbia. Non si può, ecco, andrebbe proibito, scrivere dei libri così grigi, così mortalmente soffocanti.

La letteratura come esperienza di vita…

Nell’insonnia di questa notte, con frammentaria e incandescente chiarezza, mi pareva di essere arrivato a una risposta sulla letteratura, su che cosa è la letteratura — “La letteratura come esperienza di vita”, a dirla con le parole del tema proposto quest’anno ai maturandi. Ma ora, qui, non so ripeterla. È come quando, a scuola, chiamati a ripetere il canto di Dante mandato a memoria il giorno avanti, inaspettato s’incagliava il filo della memoria su di uno scoglio pericolosamente affiorato dal nulla a trattenere le parole, nonché la memoria di quel canto, la memoria nella sua interezza e nella sua essenza. 
Di quella riflessione — se tale era, dico —, di quella risposta, non faccio che riportare, a mo’ di esempio, i versi 127-136 del V canto dell’Inferno di Dante, su cui mi pareva di aver verificato il concetto: e può darsi che, avulsi da quel contesto ormai come svanito, ancora e in qualche modo funzionino:

Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.

Per piú fiate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il disïato riso
esser baciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi baciò tutto tremante.

Ora, nel trascrivere i versi mi colpisce – a darmi non so che certezza o non so che smarrimento: come avessi di colpo bevuto un bicchiere di vino troppo forte – la bellezza del suono di quelle parole. Un evento infinitesimale, un adultero bacio “tutto tremante”, uno di quegli eventi che il nulla onnipresente e onnivorace continuamente ingoia: ma ecco che fermato su una pagina, spiaccicato in scrittura, diventato letteratura, poesia sublime, attraversa immortale i secoli pieni di rumori, colmi di morte, di inganni e furori e arriva, carico di rifrazioni, a me: a occupare la mia mente, a essere parte di un mio stato d’animo. E questo, si badi, al di là del significato ultimo dei versi, senza star lì a scomodare la logica o la parafrasi delle terzine, evitando — volutamente, confesso — che il lettore possa interferire “con la sua sensibilità e il suo gusto anche il proprio mondo pratico, diciamo pure il suo quotidiano, se l’etica, in ultima analisi, non è che la riflessione quotidiana sui costumi dell’uomo e sulle ragioni che li motivano e li ispirano”: è nell’essenza dell’intreccio di quei versi i sentimenti, i ricordi, le emozioni…
Non credo che la vita sia qualcosa da contrapporre alla letteratura. Credo che l’arte faccia parte della vita”, dice Borges in Conversazioni americane; ecco sì, la letteratura come un sistema di “oggetti eterni” (e uso con impertinenza questa espressione del professor Whitehead) che variamente, ciclicamente, imprevedibilmente splendono, si eclissano, per poi tornare a splendere e a eclissarsi – e così via – alla luce della verità. Come dire: un indispensabile sistema solare.

ci vado io…

Si parla di politica, della crisi del sistema e della disaffezione alla vita pubblica di noi italiani. Il mio amico a un certo punto dice: «una volta c’era qui una famiglia di buoni mastri-carpentieri. Io avevo bisogno di un lavoretto fatto ad arte e sono andato da loro. Mi dissero: noi non possiamo, c’è molto daffare in questo periodo; ti mandiamo P. – un falegname che conoscevo. E io dissi: e c’è bisogno che me lo mandiate voi, P.? Ci vado io, a chiedergli di venire a lavorare da me». Fa una pausa, coglie il vago nel mio sguardo e così spiega la parabola: «Io ho sempre votato PD e prima ancora Partito Comunista; ma alle ultime elezioni mi sono detto: e che bisogno ho di farmi portare dal PD allo sfascio? Ci vado io. E mi sono astenuto.»

La donna non ha più le cosce…

 

«[L]a donna è caduta dal mistero dell’alcova e da quello dell’anima. E sa che penso?
— chiede il professore Roscio a Laurana ne “A ciascuno il suo” di Sciascia — Che la Chiesa cattolica stia registrando oggi il suo più grande trionfo: l’uomo odia finalmente la donna. Non c’era riuscita nemmeno nei secoli più grevi, più oscuri. C’è riuscita oggi. E forse un teologo direbbe che è stata un’astuzia della Provvidenza: l’uomo credeva, anche in fatto di erotismo, di correre sulla via maestra della libertà; e invece è finito in fondo all’antico sacco».
È a questa pagina del testo di Sciascia che penso con insistenza quando il tipo qui al mio fianco,  mi ripete con sospiro malinconico «La donna non ha più le cosce».
Siamo fermi, in fila, a mollo nel caldo umido dell’ufficio postale di F.: e davanti a noi è tutto un via vai di donne in pantaloncini e minigonne. Il tipo, un attempato signore in maniche di camicia, ha viscere cattoliche estremamente sensibili; una croce in vista, appuntata sul bavero della giacca che tiene piegata sul braccio, testimonia il mio sospetto. Voltandosi verso di me ribadisce secco: «Eh sì, non ne ha più… Non le vede?». Il fatto di vederle, raffinato paradosso, significa per lui l’invisibilità. Il fatto di poterle ammirare, osservarle semplicemente con gli occhi invece che di intravederle, di indovinarle, di provare a sognarle, genera un cortocircuito alla sua erotica contemplazione, un’assenza, una mancanza, una mutilazione. Ogni parte del corpo femminile che la moda del momento denuda, ecco che per lui svanisce come tratto di matita sotto l’azione della gomma. Se le donne — delizioso paradosso — andassero in giro a mostrar nudo tutto il corpo, soltanto le teste rotolerebbero davanti a lui, come dalla ghigliottina nel paniere. Ecco, sì: una cosa molto cattolica. Ma — chiedo — non è cosa ugualmente cattolica, di cosa altra dal cattolicesimo, questa scelta, più o meno consapevole, della donna di sparire come corpo appunto denudandosi? — e un teologo, in questa prospettiva altra, continuerebbe a dire che, in fondo, “è stata un’astuzia della Provvidenza”?

L’ingegnere del linguaggio…

Era il 1953 e Carlo Emilio Gadda raccolse in un volumetto intitolato Norme per la redazione di un testo radiofonico una serie di regole per scrivere in modo chiaro e corretto i testi destinati all’ascolto.

Scriveva l’ingegnere: «costruire il testo con periodi brevi», «procedere per figurazioni paratattiche, coordinate o soggiuntive, anziché per subordinate», «evitare le parentesi, gli incisi, gli infarcimenti e le sospensioni sintattiche», evitare le parole e le locuzioni straniere che hanno un equivalente italiano.

Ma le raccomandazioni più belle sono quelle che hanno per oggetto la vanità dei giornalisti: «Compito del presentatore è quello di rendere un’immagine evidente e in quanto possibile obiettiva» dell’oggetto di cui si parla, «non quello di insabbiarne l’effige col polverone della propria autorità».
«Il pubblico che ascolta una conversazione — scrive Gadda — è un pubblico per modo di dire. In realtà si tratta di “persone singole”, di mònadi ovvero unità, separate le une dalle altre. Ogni ascoltatore è solo: nella più soave delle ipotesi è in compagnia di “pochi intimi”. Seduto solo nella propria poltrona, dopo aver inscritto in bilancio la profittevole mezz’ora e la nobile fatica dell’ascolto, egli dispone di tutta la sua segreta suscettibilità per potersi irritare del tono inopportuno onde l’apparecchio radio lo catechizza.» E, allora, non bisogna «suscitare l’idea (…) di un insegnamento impartito, di una predica, di un messaggio dall’alto. L’eguale deve parlare all’eguale, il libero cittadino al libero cittadino, il cervello opinante al cervello opinante». Perciò è bene «astenersi dal presupporre nel radioabbonato conoscenze che ‘egli’, il ‘qualunque’, non può avere e non ha. Inibirsi la civetteria del dare per comunemente noto quello che noto comunemente non è».