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Può darsi sia utile a non compromettere la lettura di questo post, dunque lo scrivo qui all’inizio e per sicurezza lo ripeterò alla fine: sono favorevole alla liberalizzazione della cannabis.
Parto da un assunto: la cannabis è già libera. Lo spaccio avviene alla luce del sole e dei lamponi ed è innegabile il fallimento del proibizionismo attuato fin’ora con caparbietà e ottusa miopia contro ogni pragmatica evidenza. La criminalità ingrassa i suoi affari nel proibizionismo scaricando il costo sociale per il contrasto alle droghe leggere sul contribuente; droghe il cui mercato — è scritto nel “Libro bianco” del Consiglio delle Scienze sociali — è uno di quei mercati dell’offerta più che della domanda: miniera d’oro per tutta la criminalità organizzata internazionale. Nel nostro Paese il traffico di droga genera la maggior parte dei ricavi illegali, circa 24 miliardi di euro. La legalizzazione di questo mercato produrrebbe, di fatto, la fine dello spaccio; indebolirebbe una linea di ingrasso per gli affari illeciti; contribuirebbe al controllo della distribuzione, della coltivazione e della qualità. I vantaggi sociali ed economici, insomma, sono evidenti.
Già immagino l’obiezione: e la salute? Voglio dire: la droga, si sa, fa male? Ribatto, care anime belle, con una domanda: e l’alcool? E il fumo? Da quand’è, per dire, che un bicchiere di limoncello fa bene alle coronarie? In realtà, il proibizionismo ha semplicemente creato un enorme costo sociale. Basti pensare, tanto per fissare le idee, alle enormi risorse impiegate per provare ad arginare gli effetti di questa battaglia persa in anticipo: polizia, magistratura, carceri. A tutto ciò s’aggiunga il gettito potenziale evaso, l’export di denaro verso i paesi produttori, il ricavo esentasse per i trafficanti, l’import di prodotto di cui non esiste di fatto alcun controllo di qualità. Insomma, conti alla mano, nessun buon amministratore accetterebbe di proibire: non funziona ed è altamente dispendiosa come scelta. Basterebbe — per convincere gli scettici — sostenere la necessità di avere una tassazione alta per gli stupefacenti (come avviene per l’alcol, ad esempio) e vincolarne il gettito per la costruzione — tanto per dire — di strutture ricreative per i bambini o, magari, per finanziare la ricerca. Beh, a sto punto mi pare di aver detto abbastanza sull’argomento, è l’ora di un goccio di limoncello ghiacciato.
Ah, dimenticavo: sono favorevole alla liberalizzazione della cannabis.

In Fiduciosa Attesa…

 
C’è una particolare forma di generalizzazione detta indebita che consiste nel sostenere una tesi facendo leva su una generalizzazione condotta a partire da un campione non rappresentativo, costituito cioè da un solo esempio o, il più delle volte, da un numero insufficiente di esempi significativi. Ora, noi sappiamo che argomentare è uno strumento di persuasione e che il fine di persuadere può servirsi di ogni mezzo, retto o scorretto, valido o invalido. Non ci dobbiamo stupire, quindi, se questa particolare forma di fallacia sia pratica comune di chi ha il piacere di sostenere tesi preconcette o che comunque mirino a lisciare il pelo nel verso giusto al sentire comune. Ma forse è meglio ricorrere a un esempio per penetrare il movente psicologico che spinge all’uso di questo strumento retorico. Prendiamo il corsivo di ieri del vicedirettore de la Stampa, Massimo Gramellini. Il pezzo — che potete leggere qui — ha una tesi di fondo null’affatto celata, che mira a dimostrare come i poliziotti bianchi in America siano naturalmente cattivi e pronti a legnare chiunque. Tesi, invero, ardita da provare ma che il Gramellini affronta con indomita leggerezza facendo leva sulle emozioni suscitare dalla foto (quella stessa che ho posto in testa a questo post). “In fiduciosa attesa — chiosa a effetto il vicedirettore — della prossima foto, quella del poliziotto bianco che soccorre il manifestante nero”.
Termini la lettura e ti ritrovi proiettato in un mondo in “bianco e nero” assai diverso da quello “a colori” (sì, lo so: schizza poesia da tutte le parti), schiacciato tra gente insensibile e col manganello svelto come raccontava quella foto — era il novembre del 2014 — scattata a Portland (Oregon) in cui il sergente Bret Barnum abbraccia il dodicenne Devonte Hart. La foto, nel caso in cui non la ricordaste, potete andare a guardarvela qui, in bella mostra, sul sito de la Stampa. Magari — voglia e tempo permettendo, dico — potreste girargliela anche al vicedirettore.