cos’è il fascismo…

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Accade, di tanto in tanto, dover provare a fornire una spiegazione, a qualcuno o a noi stessi, di cosa sia il fascismo. E ci si accorge, con un lieve fastidio, che è categoria sfuggente assai: non è solo violenza, ché ci sono state violenze di vari colori; non è solo uno stato corporativo (esistono e sono esistiti corporativismi non fascisti); non è solo dittatura, nazionalismo, bellicismo, ché questi sono (stati) vizi comuni ad altre ideologie. Insomma, togli questo e quello, alla fine si rischia di definire come “fascismo” l’ideologia degli altri. Poca roba, insomma. Davvero poca roba.
Esiste, però, a ben vedere, una componente dalla quale è riconoscibile il fascismo allo stato puro, dovunque si manifesti, comunque si manifesti. Condizione – potremmo enunciare – necessaria e sufficiente per poter stabilire con assoluta sicurezza che da quelle premesse non potrà che venire il fascismo è il culto della morte.
Nessun movimento politico e ideologico che non sia il fascismo si è mai così decisamente, incontrovertibilmente, assolutamente, orgogliosamente identificato con la necrofilia eletta, appunto, a rituale e a ragion ultima di vita.
Si badi: molta gente muore per le proprie idee, molta altra ancora fa morire gli altri (per ideali o per interesse), ma – e qui il punto – quando la morte non viene considerata un mezzo per ottenere qualcos’altro bensì un valore in sé, assoluto, allora, statene certi, lì abbiamo il germe del fascismo e dovremo perciò chiamare fascismo ciò che si fa agente di questa schifosa (è giudizio mio – giusto per mettere le cose in chiaro) promozione. Dico la morte come valore da affermare per se stesso. Insomma, non la morte per cui vive il filosofo, che sa che sullo sfondo di questa necessità, e tramite la sua accettazione, vengono meno, uno a uno, tutti gli altri valori; non dico la morte dell’uomo di fede, che non rinnega la propria mortalità e la giudica anche provvidenziale, benefica, santa e Sorella, ché attraverso di essa arriverà a godere un’altra vita. Intendo la morte sentita come urgente perché è gioia, verità, giustizia, purificazione, orgoglio, sia che venga offerta ad altri sia che venga realizzata su di sé.
L’amore della morte (che domina anche le pratiche dei drogati) fa si che appaia bello sprecare la propria vita. Per amare la morte bisogna profondamente odiare la vita (ci sono invece martiri e suicidi che muoiono senza odiare la vita, anzi, per eccesso d’amore). Amare la morte significa credere in fondo al cuore che essa risolva molte cose, e meglio.
Questo schifoso puzzo di morte, questo strano bisogno di morte, questo interesse smisurato per la morte, si sente purtroppo oggi in Italia.
Se è questo che volevano i fomentatori di odio (nel loro animo profondamente, ancestralmente squadristi) l’hanno avuto, sono riusciti a ottenerlo. Sono stati capaci di far emergere pulsioni profonde, fascismi diversamente mascherati, ignoti anche a chi li celava repressi nell’inconscio. E ha saputo farli ribollire nel ventre a persone altrimenti miti e nobilissime, che per un attimo hanno ceduto al richiamo delle Madri oscure, e hanno dimenticato che anche Mussolini appeso per i piedi e penzolante a piazzale Loreto, pestato a sangue e crivellato di pallottole, forse era giustizia, ma non affatto bene.
Ed è stato così che lettori di Beccaria hanno parlato come Julius Evola. Forse dovremmo difenderli anche da se stessi, perché non è questo che vogliono, non è questa l’alleanza che cercavano, né tantomeno la soluzione.
A mo’ di soluzione, invece, andrebbero fatti rivedere a tutti, i volti dei fucilati della Comune, le schiene dei fucilati di Villarbasse, i corpi martoriati in piazza della Loggia, le teste mozzate dal capolavoro del dottor Guillotin, i rastrellamenti a Palagano, i volti dell’eccidio di Montalto di Cessapalombo, quelli del poligono di Carpi, la faccia di chi nella camera a gas aspetta che la pastiglia cada nella vaschetta dell’acido a formare il vapore tossico. E i bambini impalati dal voivoda Dracula, e le ragazze streghe mandate sul rogo, e poi Moro, Bachelet, Tobagi, Alessandrini, Siani, Falcone, Borsellino, Livatino e qualche scheletrico ebreo nel campo di Birkenau. Una grande sagra della morte, insomma, messa in scena in tutte le nostre città da far venir su alle narici un puzzo mortifero da rimanere sbigottiti, il sapore della morte, l’impressione tattile del liquame che esce dagli orifizi di un corpo in decomposizione; lo schifo della morte provocata ad arte in nome di una qualsiasi giustizia. Indurre il vomito alle donne incinte, costringere la gente a fare le corna, a grattarsi i testicoli, a rintanarsi in casa come se ci fosse un morto all’uscio. Solo per un giorno, uno solo, in modo che il Paese si accorga che sta prendendo gusto alla morte e ricordi cos’è la morte, e tutti si chiedano se non stiamo diventando pazzi. Poi però occorrerebbe la forza di smettere subito, ché a giocare troppo con l’immagine della morte si rischia, ahimè, di prenderci gusto.

Così è, se vi pare. Così è.

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Copio-incollo l’attacco dell’articolo di Leandro Del Gaudio in edicola stamani con Il Mattino: “Tre inchieste sull’emergenza rifiuti in Campania, indagini di quelle che promettevano sviluppi, due pool di magistrati che lavoravano in modo autonomo, puntando ad obiettivi diversi. Poi, all’improvviso, alle porte della Procura di Napoli bussano quelli di Fanpage, che raccontano il loro lavoro, la fatica degli ultimi sei mesi. Ed è così che due mondi, quello delle indagini penali della Procura napoletana, e quello dei giornalisti di Fanpage entrano in contatto, con risultati ed esigenze non sempre compatibili.”
Domanda: è normale, questo? E — altra domanda — bisogna augurarsi che anche altri facciano altrettanto, che per esempio altre testate giornalistiche si armino di squadre di agenti provocatori, e che magari lo stesso facciano le segreterie dei partiti per istigare la commissione di reati da parte dei politici colleghi sul fronte avverso schierati?
La tentazione fa l’uomo ladro — recita il noto proverbio. Appunto, lo fa: mica lo rivela semplicemente? lo crea. E quindi, per moralizzare il Paese, per estirpare la gramigna della corruzione, dobbiamo creare ad arte le possibili tentazioni, ingrossare le file già belle corpose dei ladri, per poterli infine arrestarli tutti? Sì, mi par di capire. C’è, in effetti, chi pensa che si debba fare proprio così. E manco vale la pena scriverlo chiaramente chi è — ché tanto lo si capisce. La sete giustizialista, che tanto appaga il partito dei manettari, spinge a che venga stabilito un clima poliziesco, di sospetto, di paura e di diffidenza; un clima in cui — è tesi che danno per dimostrata — nessuno vorrà più corrompere o lasciarsi corrompere, per il timore appunto di trovarsi di fronte a un corrotto farlocco, un collaboratore delle forze dell’ordine . Tanto — è il corollario del loro argomentare — gli onesti non avranno mai nulla da temere.
E così, per selezionare un manipolo di onesti incorruttibili (tali, ovviamente, fino a prova contraria, che, ça van sa dire, può arrivare in qualunque momento — come un bonifico è lo status di incorruttibile: c’è sempre la possibilità di revocarlo…) si è disposti a gettare nel terrore tutti gli altri. Cioè noialtri, i potenziali ladri e corruttori (secondo la loro logica), che, se non accettiamo questa visione delle cose, mostriamo già di voler delinquere, o almeno di non essere sicuri di non volerlo fare. Siamo già tutti sospettati o sospettabili. Corrotti e corruttibili in potenza. Tutti. I più, poi, avvezzi alla corruzione. Ma se non si ha la forza di respingere questa logica da stato di polizia, di denunciarla pubblicamente per timore di finire nell’elenco dei potenziali delinquenti, si guardi almeno a cosa sta accadendo, cosa questo piano inclinato scivolosissimo sta combinando: l’uso fai-da-te della giustizia spinge a usare un pregiudicato in cerca di ribalta mediatica per stanare corrotti e corruttori. Che a farlo non è neanche un magistrato — che certamente non ci avrebbe mai pensato — ma un gruppo di giornalisti. E che, facendolo, interferisce pesantemente con indagini in corso — quelle serie, dico — mandando un lavoro di intelligence allegramente a puttane. Così è, se vi pare.
Naturalmente al cospetto dei video, nella foga di condividerli sui social e, soprattutto, nell’intento di sollevare un polverone mediatico che possa nascondere (almeno in parte) l’altro scandalo in corso, che rischiava di danneggiare troppo la credibilità della parte politica amica, passa fatalmente in secondo piano ogni genere di preoccupazione per il modo in cui quei video sono stati ottenuti, e non sarà certo sui social o, men che meno, sui giornali, che si discuterà dei loro eventuali valori probatori. Robaccia da azzeccagarbugli puntigliosi! L’indignazione, ecco, quella sì che basta a travolgere ogni cosa…
Così è, se vi pare. Così è. Purtroppo.

il diavolo non esiste…

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Ogni volta che genitori rincretiniti fanno picchiare la propria bambina per liberarla dal Maligno, o ragazzoni sudicioni mettono in piedi un’orgetta a base di messe nere e palpatine perché non riescono a batter chiodo altrimenti, tocca — è inevitabile, ahimè — subire il parere degli espertoni da salotto. Schiere di demonologhi molto professionali (quelli che snidano Satana dai dischi rock con la tecnica del rewind, per intenderci) spiegano quante e quali siano le porte dalle quali il diavolo cerca di intrufolarsi: la sorella omosessuale, nel caso della provincia di Caserta, sarebbe stata, a detta del prelato santone, il viatico per entrare nella vita della povera ragazza affetta, invece, da serie e gravi problematiche personali. Questo di Casapesenna, poi, riceveva direttamente da San Michele le lettere con le indicazioni pratiche da seguire per scacciare i demoni maligni. Con somma soddisfazione, immagino, dei vari indemoniati e demonificatori, maghi neri e affini, che vedono riconosciuta l’alta qualità delle loro bassezze, dei loro imbrogli, delle loro disfunzioni mentali o ormonali, infine e in una parola sola, della loro infinita e inqualificabile ignoranza. Finisce poi che il Vescovo, messo alle strette, sia costretto tra un balbettio e una mezza capovolta linguistica a rimangiarsi quanto detto e (è notizia di poche ore fa) a sospendere per un anno (sic, un solo anno) il sacerdote maneggione. Il mio modesto contributo è: il diavolo non esiste, non è mai esistito, è una truffa per spaventare i buoni e avvelenare i cattivi. Esistesse, del resto, la sua, come dire, selezione del personale sarebbe almeno un po’ meno ridicola, con tutti i criminali di guerra, gli uomini-bomba e Stati bombaroli che circolano liberi per il mondo.

Inquietante!

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Pare che un attento e puntigliosissimo partigiano di Lombardia progressista, lista a sostegno della candidatura di Giorgio Gori (Pd) alla presidenza della Regione, abbia offerto su Facebook un minuziosissimo elenco di quanti milanesi di nome Benito andranno a votare. Si scopre così che il prossimo 4 marzo saranno chiamati alle urne ben 276 milanesi che al momento della nascita sono stati battezzati col nome del famoso maestro di Predappio. Non solo: c’è anche la sfilza dettagliata di quelli che portano Benito insieme ad altri nomi. In alcuni, la scelta ideologica appare difficilmente contestabile: cinque elettori, infatti, sono stati battezzati Benito Adolfo, e a uno – perché non ci fossero dubbi – il babbo ha dato come secondo nome Mussolini. Riconducibili alla figura del Duce sono forse anche i due Benito Arnaldo e magari anche i tre Benito Romano. Ma ad affollare la classifica sono una quantità di cittadini, che portano l’odioso marchio solo come secondo, terzo o addirittura quarto nome. Tanto per dire, esiste un Francesco Gabriele Ferdinando Benito Romano, che potrà, qualora fosse chiamato a dar conto di questo crimine, invocare le attenuanti generiche per avere ben tre nomi sinceramente democratici — un paio poi di tendenza marcatamente mistica — prima di quello dispotico, appunto.
La notizia, a ogni modo, comprende il commento del simpatico contabile: «Un inquietante risultato». Beh — non me ne voglia il contabile — ma direi solo “un po’ inquietante” se si pensa che siamo responsabili di tutto, anche della nostra faccia, quantomeno a partire da una certa età, ma non certo del nome che ci viene affibbiato all’anagrafe. Certo, dato il contesto, un rilievo un po’ ambizioso. Venisse poi confermato in qualche modo, aprirebbe scenari interessanti. Tipo, si potrebbe tentare di scovare a uno a uno i Leoluca, come Bagarella, per acciuffare i mafiosi a Palermo, e se pare troppo almeno le Beatrici in Italia per acchiappare le civici popolari (esistono!). Ad ogni buon conto: Milano avrà pure ‘sti 276 Benito, ma volete mettere con noi a Napoli? Un cuofono di Giggino. Inquietante!

si fa il bagno ci si lava i denti / ma puzziamo lo stesso

Giorgio Gaber tutte le canzoni accordi discografia anni 70 1068x601

La famiglia è una camera a gas” era il motto stampato su un poster anarchico degli anni sessanta. Era in auge, a quei tempi, l’antipsichiatria e Gaber, con “C’è solo la strada”, invitava a buttare le chiavi di casa perché “la strada è l’unica salvezza”.
Poi si cresce, tra i tanti bisogni che ci spingono a cambiare si constata, con un po’ di imbarazzo, che c’è anche il bisogno d’ordine, e dunque ci si acconcia a formare, a volte addirittura con esiti più che positivi, la nostra brava famiglia.
«No, non lo condanno perché quelli sono soldi suoi e non ha commesso nessun reato», ha dichiarato ieri il papà dell’ormai ex grillino Ivan Della Valle, fuggito (ma lui nega) a Casablanca per sottrarsi almeno al confronto diretto coi vertici del Movimento per l’imbarazzante questione dei bonifici prima sbandierati e poi revocati [*]. «Dico però – ha continuato Della Vale senior – che è stato un imbecille, perché avrebbe potuto lasciare il Movimento e tenersi tutti i suoi soldi». Insomma, come la più classica delle tradizioni cerchiobbottiste impone, anche papà Della Valle giustifica e poi accusa il figliolo di incoerenza. Ma — e qui il punto — non perché avrebbe fatto meglio a rinunciare ai soldi per rimanere nel Movimento. Al contrario, perché avrebbe fatto meglio a uscire dai Cinque Stelle pur di tenerseli. E fanculo agli impegni presi con gli elettori, l’etica d’apparteneza, gli ideali, le regole: lo stipendio, par chiaro, viene ben prima dell’onore! Onestà, probità, serietà, severità… ma-va’-là!
Ecco, quando ci verranno a raccontare che “la famiglia” è cosa buona e giusta, varrà la pena obiettare sul principio generale. Non sono le istituzioni a contare, ma le persone. Brave persone fanno buone famiglie, brutte persone fanno orrende famiglie. O Movimenti, come in questo caso. “Nelle case / non c’è niente di buono / c’è tutto che puzza di chiuso e di cesso / si fa il bagno ci si lava i denti / ma puzziamo lo stesso.”

…è solo una metafora.

Execution robespierre saint just

Sostiene Di Maio (che non è affatto Pereira): “La notizia in un paese normale è che M5S ha restituito 23 milioni e 100mila euro di stipendi e questo è certificato da tutti quanti e ci sono 7mila imprese in Italia che lo testimoniano perché quei soldi hanno fatto partire 7mila imprese e 14mila posti di lavoro. Se ci saranno controlli da fare li stiamo facendo, ringrazio chi ha fatto queste inchieste ma questo è un paese strano in cui restituisci 23,1 milioni e la notizia è che manca lo 0.1”.
Ora, vi sembrerà strano, ma la dichiarazione è figlia di una lunghissima tradizione costruita e usata più e più volte dalla viscida kasta® sui piccoli e grandi fallimenti del potere. Tecnicamente è detta “doppio standard” (wikipedia o la cara enciclopedia impolverata può essere utile per i dettagli) ed è una delle categorie etiche più studiate in politica: “consiste nell’applicazione – copio/incollo da Wikipedia – di principi di giudizio diversi per situazioni simili, o nei confronti di persone diverse che si trovino nella stessa situazione”. Il doppio standard è solitamente riconducibile al potere regnante, lo stato, le classi abbienti, le gerarchie ecclesiastiche (nello specifico, poi, diviene “doppia morale”): è il potere che – pago del suo cinismo – perdona a se stesso quello che non perdona ad altri.
Purtroppo, tutte le rivoluzioni di epoca moderna – dalla Rivoluzione Francese in poi, diciamo – hanno fatto gran (ab)uso di questo strumento, perdonando a se stesse i peccati che non riuscivano a perdonare al potere che volevano rovesciare, facendo leva sul fatto che essendo ora loro al potere avrebbero, sicuramente, portato giustizia nel mondo.
E – tanto per spararsi la posa con le dotte citazioni storiche – Maximilien de Robespierre (quello di «La libertà consiste nell’obbedire alle leggi che ci si è date e la servitù nell’essere costretti a sottomettersi ad una volontà estranea»), all’inizio della sua opera rivoluzionaria chiese, tra le altre cose, l’abolizione della pena di morte: «La pena di morte è necessaria, dicono i partigiani degli antichi barbari usi; senza di essa non ci sono freni abbastanza potenti contro i delitti. Chi ve lo ha detto? Avete calcolato tutte le specie di mezzi con i quali le leggi penali possono agire sulla sensibilità umana? (…) Le pene non sono fatte per tormentare i colpevoli; ma per impedire il delitto, il quale teme appunto di incorrere nelle pene. (…) Si è osservato che nei paesi liberi i delitti erano più rari, perché le leggi penali eran più dolci. I paesi liberi sono quelli nei quali i diritti dell’uomo sono rispettati, e dove di conseguenza le leggi sono giuste. Dappertutto dove esse offendono l’umanità con un eccesso di rigore, si ha la prova che la dignità dell’uomo non è conosciuta, che quella del cittadino non esiste; si ha la prova che il legislatore non è che un padrone che comanda a degli schiavi, e che li colpisce spietatamente seguendo la sua fantasia. Io concludo perché la pena di morte sia abrogata.» (Discorso all’Assemblea Costituente del 30 maggio 1791)
Poco dopo diede il via al Terrore in nome della difesa della rivoluzione da chi voleva sabotarla: «Sì, la pena di morte in generale è un delitto e ciò per l’unica ragione che essa non può essere giustificata in base ai princìpi indistruttibili della natura, salvo il caso in cui sia necessaria alla sicurezza degli individui o del corpo sociale. […] Ma quando si tratta di un re detronizzato nel cuore di una rivoluzione tutt’altro che consolidata dalle leggi, di un re il cui solo nome attira la piaga della guerra sulla nazione agitata, né la prigione, né l’esilio, possono rendere la sua esistenza indifferente alla felicità pubblica, e questa crudele eccezione alle leggi ordinarie che la giustizia ammette può essere imputata soltanto alla natura dei suoi delitti. Io pronuncio con rincrescimento questa fatale verità. Io vi propongo di decidere seduta stante la sorte di Luigi. Per lui, io chiedo che la Convenzione lo dichiari da questo momento traditore della nazione francese e criminale verso l’umanità. » (Discorso del 3 dicembre 1792.)
Il numero delle vittime causate dal periodo del Terrore è, dicono gli storici, quantificabile con difficoltà. C’è chi ne conta 16.594 e chi 70.000, prevalentemente appartenenti alla media borghesia. Altri ancora parlano, con le approssimazioni del caso, di circa 35.000 esecuzioni, delle quali ben 12.000 senza processo. La metodica cancellazione di ogni forma di dissenso fu eseguita anche mediante l’incarcerazione di circa 100.000 persone, alcuni studiosi arrivano addirittura a stimarne 300.000, soltanto perché sospettate di attività controrivoluzionaria.
Il doppio standard rivoluzionario lo abbiamo visto al lavoro da allora, in modo più o meno subdolo, in maniera più o meno cruenta, in tanti accidenti e fallimenti della nostra storia. Sui diritti civili e umani, sulla equità sociale, sulla giustizia delle classi sociale, dalle grandi rivoluzioni, la Russa, quella Cinese, a quelle piccole ma non meno rilevanti per la formazione della nostra coscienza pubblica, quelle di Cuba, il Vietnam, Iran, i vari governi africani della decolonizzazione etc. etc. etc.
Curiosamente, la difesa di questi fallimenti ha sempre preteso la doppia stampella argomentativa: a fronte delle grandi cose fatte, i nemici guardano solo ai piccoli errori; e, a mo’ di corollario alla prima argomentazione, gli sbagli sono stati sempre fatti dalle famigerate “mele marce”, casi isolati e facilmente identificabili in un cesto pieno di mele sane. Il sistema è dunque sempre sano, e la colpa è sempre di un doppio standard del potere, usato in maniera aggressiva contro la rivoluzione. Operazione, ça va sans dire, quasi sempre portata avanti dalla stampa, accusata di essere “serva del potere” di qualunque colore sia il potere regnante in quel momento.
Ora, per tornare dalle grandi storie alle misere piccolezze dei giorni nostri, ci sono pochi dubbi che l’eco di questo storico dibattito permea (a sua insaputa) le affermazioni del Giggino pentastellato e di tutti i suoi compagni di partito (e di camper) che da anni denunciano di essere vittime di un complotto di potere strabico, che finge di non vedere i grandi errori del sistema, mentre colpevolizza e gonfia a dismisura ogni piccolo errore del M5S. Eppure, dovrebbe essere chiaro che, per chi ha fatto della bandiera dell’etica in politica il suo fiero vessillo di diversità rispetto agli altri partiti, anche un solo errore – uno solo, dico – su questo scivoloso campo di battaglia non può essere tollerato. Le piccole furbate indignano e danno una misura degli uomini, ma se non si è capaci di uscire dagli stereotipi dell’indignazione e del discredito (ché a far a gara con i puri — lo diceva Nenni — uno più puro lo si trova sempre), se non si è capaci di mostrare altro che una presunta diversità fondata sul pilastro dell’onestà (inteso come unico valore: condizione necessaria e sufficiente per poter esser degni di governare il paese) una classe politica seria e all’altezza dei compiti non la si riuscirà mai a formare.
Per finire, è inutile che ricordi – l’attento lettore che ha avuto la pazienza di seguire il mio ragionamento fin qui ben lo saprà – che Robespierre finì ucciso dallo stesso meccanismo del Terrore che gli si ribaltò contro. La stessa sorte toccò anche ai suoi seguaci. Ma questa chiosa, mi par chiaro, è solo una metafora.

E per fortuna, aggiungo.

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Mettere in scena la vita di un poeta della musica, renderla fiction, raccontarla. Dev’essere stato sicuramente il rigore filologico a ispirarne l’idea. Forse ché la poesia ha un quid di arcigno e di respingente, e che il pubblico di massa ha necessità di conoscere anche il famoso “lato umano” dei poeti per sentirsi più in confidenza con loro? Sarà. Ma a me continua sfuggire perché si debba essere così in confidenza coi cantautori (ma il discorso vale paro paro anche con gli scrittori). Non mi sembra neanche una facilitazione, semmai un impiccio alla fruizione delle loro opere: come se un attore, nel bel mezzo dell’Otello, ti dicesse che cosa ne pensa lui dell’amore e della gelosia. Un poeta, un cantautore (ma anche uno scrittore, appunto) per uno che ne apprezza la produzione artistica, per uno che ne riconosce il valore letterario, dovrebbe essere quasi una non persona, puro testo, eterèo come la musica. Poi filologia e critica si occuperanno, giustamente, di capire meglio il contesto, anche privato, nel quale i poeti scrivono. Su apposite riviste, però, noiose e appartate. E per fortuna, aggiungo.

…a far a gara con i puri uno più puro lo si trova sempre

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Che c’è di male a intascare lo stipendio da deputati? Che c’è di male a non darlo in beneficenza agli imprenditori? Niente, assolutamente niente. Il problema di fondo è voler far credere che esista un abisso morale tra quelli che ne versano una parte e gli altri che (con o senza scontrini) lo intascano interamente. Non esiste questo abisso. E il “feticismo dell’onestà” non aiuta la politica. Si badi: non sto teorizzando che l’onestà non sia una virtù. Dico semplicemente che l’onestà non basta. Nella vita di tutti i giorni e nella politica. Insomma: non si dovrebbe costruire una classe dirigente nuova e capace dietro presentazione di scontrini e ricevute di bonifici. Servono idee politiche, programmi, scelte. Sono doti anche quelle, e i 5 Stelle le hanno sempre sottovalutate. E soprattutto non serve a niente gridare dalla mattina alla sera contro la presunta, e spesso inesistente, disonestà degli altri (…onestà, onestà, onestà!1!!1). Le piccole furbate indignano e danno una misura degli uomini, ma se non si è capaci di uscire dagli stereotipi dell’indignazione e del discredito (ché a far a gara con i puri — lo diceva Nenni — uno più puro lo si trova sempre) , una classe politica all’altezza dei compiti non si formerà mai.