Possibile che non si riesca a trattare questi casi con pietà e misura?

A cadavere caldo, anche se il cadavere è quello di un balordo [*], bisognerebbe portare rispetto, parlare a bassa voce e non lasciarsi andare in frasi di giubilo o, peggio ancora, cavalcare lo sdegno per squallidi fini elettorali, come invece capita a qualche politico (sì, il solito, sempre lui) da saloon. Ammazzare un ladro per eccesso di legittima difesa non è un atto di giustizia, è un’atroce disgrazia. Su questo punto si dovrebbe essere tutti d’accordo, a meno che non si voglia privatizzare la pena di morte. Gli ammazzaladri, insomma, non si ergano a giustizieri, abbassino lo sguardo e stiano per una volta in silenzio. Quanto alla tifoseria opposta, meno rumorosa ma altrettanto tenace nei suoi pregiudizi, urge una seria riflessione. Un rapinatore in casa propria (sia essa l’attività commerciale o la dimora privata, poco importa) non attenta solo alla roba. Attenta alla persona, alla sua sicurezza, alla sua integrità fisica e psicologica. Chi reagisce fuori misura non può essere trattato come un assassino o come un esaltato. Deve essere trattato come una persona che per rimediare a un reato ne ha commesso un altro. Punto. Possibile che non si riesca a trattare questi casi con pietà e misura? Possibile che ci si debba dividere, con ridicola foga, in “amici del ladro” e “amici del giustiziere? Ci sono storie, ci sono spaventi, ci sono dolori che non sono riassumibili in un’alzata di spalle o in uno sciocco anatema. Un morto non lo si sventola come una bandiera, né per farne una vittima innocente né per farne un lurido parassita da eliminare. Tra il bianco e il nero esiste una infinita scala di grigi. Abbiamo il dovere di testimoniare anche il grigio.

andrebbe ricordato ogni mattina da ogni italiano

Silvio berlusconi 1994

La ridicola vicenda capitata al sindaco di Modena, raccontata da Mattia Feltri su la Stampa di oggi (*), mostra, se ve ne fosse ancora bisogno, quanto ridicola sia l’applicazione del decreto sulla par condicio. Viene da ridere a pensare allo spreco di energia dei solerti funzionari pronti a misurare e a sanzionare ogni abuso, ogni possibile squilibrio di poveri giornalisti trasformati in clessidre a disposizione dei politici. Ma, come tutte le foglie di fico, il decreto sulla par condicio almeno un pregio lo possiede: evidenzia, come una toppa bianca su un cappotto nero, la vergogna sulla quale è apposta, e cioè la scandalosa mancanza di una legge antitrust sulla proprietà delle televisioni e dei giornali. Nessuno, neanche il più fiscale degli svizzeri, si sarebbe mai sognato di invocare una legge a tutela dei diritti politici (perché, in soldoni, di questo si tratta) se i politici stessi non fossero strutturalmente minacciati dal grottesco strapotere di un politico-imprenditore che ha contrapposto alla televisione pubblica, lottizzata da tutti, un equivalente monopolio personale, lottizzato da lui solo e infarcito di suoi suffragetti travestiti da giornalisti, suoi spot di partito camuffati da telegiornale, suoi guitti, vallette, conduttrici, prestigiatori, animatori, cortigiani e ballerine scosciate comprati all’ingrosso un tanto al kilo che per fame o per potere sventolano la bandierina di Forza Italia. Questo schifo andrebbe ricordato ogni mattina da ogni italiano (di qualunque schieramento esso sia). Se – e sottolineo se – fossimo un Paese civile.

Poi vorrebbero farci credere che la politica non è un mestiere!

Politici

Un veloce giro tra le bacheche ed è inevitabile sorridere dei selfie-reportage dei nostri impegnatissimi social-politici. Non tanto per la mediocrità dei contenuti, quanto per il surreale accumulo di apparizioni multiformi a qualunque ora del giorno, seduti in televisione e in piedi a stringere le mani, in primo piano, a figura intera, di profilo, in macchina, a piedi, in giro per l’Italia per le elezioni, tra gli studi televisivi per le interviste e nella nowhere land dei social. Ovunque. Sempre. E costantemente. Oggi come ieri. Solo che oggi l’impietosa ribalta dei social, per giunta auto-prodotta, avvicina subdolamente a noi quelle persone che un tempo ci faceva comodo considerare altri, quasi una specie separata, coabitanti alieni. Facce sui manifesti, appunto. Provvisori imbrattamuri che poi vedevamo sbiadire, screpolare, strappare e infine sparire il giorno dopo il verdetto delle urne. Subitissimamente.
Mi chiedo, sinceramente, come facciano oggi i politici, nell’attimo della loro massima riproducibilità tecnica, a non sentirsi fagocitati, dati in pasto, divorati dal pubblico sguardo. Perché le modelle e gli attori – icone pubbliche per antonomasia – sono solo interpreti di un ruolo, truccatissimi, travestitissimi. Ma un politico è sempre e solo lui, non ha vie di fuga, la sua faccia è la stessa del suo personaggio, le sue parole le stesse della sua eterna esibizione. Silvio Berlusconi, per dire, interpreta Silvio Berlusconi. Non ci sono alternative. Anche nelle sue più fantasiose smentite, Silvio Berlusconi interpreta Silvio Berlusconi.
Poi ci vengono a dire che la politica non è un mestiere! Lo è a tale punto che non conosce tregua, neanche di notte, quando il politico dorme (o è in convalescenza forzata) ma la sua immagine circola, inesausta, parlando, parlando, parlando…