
Colomba Vitocco – l’avrete sicuramente saputo – è una 95enne aquilana che s’è ostinatamente rifiutata di lasciare la sua casa sfiancata dalle scosse, mettendo così in serio pericolo la sua vita. Ci sono volute 24 ore di duro lavoro – un convincimento lento e continuo, immaginiamo – prima che la vecchietta si decidesse a lasciare la sua tana. Lavoro inutile – dicono le cronache – ché la signora dopo essere stata trasferita in un centro di prima accoglienza è riuscita a far perdere le sue tracce.
Le notizie, purtroppo, non vanno oltre – a quanto ci è dato di sapere, la donna è ancora dispersa – e a noi piace immaginare che la signora sia riuscita a ritornare a casa sua, tra le sue cose. Dice: perché ci racconti ciò? È che riflettevo su un fatto. Metti che qualche calcinaccio le fosse rovinosamente crollato addosso e l’anziana signora fosse caduta in stato vegetativo permanente, tutto sarebbe stato (oltre che più facile) molto più semplice da gestire: qualunque pretesa sul corpo della donna sarebbe stata moralmente legittima e (più che) legale. Anche nella tragedia del terremoto, insomma, sorge prepotente tutto il paradosso di una legge ridicola e assurda: se sei cosciente e hai forze a sufficienza da spendere – se scalci come un puledro inferocito nessuno arrischia i coglioni per venirti a salvare, stanne certo –, sei libero di mettere in serio pericolo la tua vita; quando ti riduci a un rottame in stato vegetativo persistente, sei costretto a sopravvivere nella massima sicurezza, anche contro la tua volontà – protetto da te stesso. Muri invisibili che non temono sismi ti abbracciano sicuri, per strapparti alla morte e per consegnarti ad una non vita. Insomma – giusto per farla breve – puoi decidere di vegliare la tua casa sfiancata dal sisma fino al punto di mettere in pericolo la tua esistenza e nessun buon cristiano verrà lì a protestare o a costringerti alla sua dolce violenza di metterti in sicurezza contro la tua volontà; ma attenzione! Non appena il tuo corpo è privato della coscienza non ci sono cazzi: ti ritrovi in un letto d’ospedale, con un tubo di plastica ficcato in gola e la tua casa invasa da bottigliette d’acqua e mozziconi di candele ché – il concetto è chiaro – hai prerogative sulla tua casa privata della staticità, non sul tuo corpo privato della coscienza.